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Falchi

Regia di Toni D'Angelo vedi scheda film

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La recensione su Falchi

di GIANNISV66
7 stelle

Noir in bilico tra America e Oriente con chiari riferimenti alla grande stagione del poliziottesco. Falchi si rivela una pellicola molto interessante e fa ben sperare per la carriera futura di Toni D'Angelo

La camera indugia su sordidi vicoli afflitti da varia umanità e disperazione, luoghi di continue violazioni della legalità, mentre due poliziotti in borghese (o per meglio dire, in stracci che li rendono indistinguibili dagli abitanti di quel labirinto) fanno il loro lavoro su una moto, pronti a inseguire i criminali.

E poi si libra in alto, sopra il dedalo di stradine e poi sopra la città che, lontano dalla peculiarità delle sue miserie piccole e grandi, appare splendida.

Siamo a Napoli ma potremmo essere in qualsiasi altro luogo, una metropoli americana o asiatica, per un racconto di rabbia, emarginazione, solitudine, la storia di chi vive in bilico tra il bene il male, tra il combattere il crimine ed il scendere a patti con lo stesso.

Peppe e Francesco sono due rudi tutori della legge che si battono ogni giorno sulle strade dei quartieri più malfamati, due figure on the border, il primo addestratore di cani da combattimento per quella criminalità che combatte quando veste i panni (o meglio, gli stracci) istituzionali, l'altro dedito ad ogni sorta di sballo alcolico o tossico per dimenticare le brutture cui assiste e soprattutto per combattere un rimorso che lo tormenta; non due amici, piuttosto due solitari accomunati dalla solidarietà che deriva dallo svolgere in coppia un lavoro violento e pericoloso.

 

Toni D'Angelo, figlio del celebre (e dal sottoscritto mai amato, lo ammetto) Nino, autore della eccellente colonna sonora, imbastisce un noir metropolitano disperato e teso come nella migliore tradizione del polar francese, con uno sguardo ben definito verso un certo gangster movie di matrice orientale e con chiari omaggi al poliziottesco (i latitanti barricati in casa ammazzano il tempo guardandosi Milano Calibro 9, capolavoro di Fernando Di Leo, una cui scena molto celebre sarà esplicitamente citata nelle battute finali).

La location è Napoli ma in realtà siamo in un non-luogo, simbolo delle disperazioni metropolitane che sono il brodo di coltura per ogni genere di delinquenza. Emblematica in questo senso la scelta di dare pochi e non ben definiti riferimenti alla tradizionale malavita partenopea a favore di quella di origine cinese.

E del resto appare comprensibile, applicando questa chiave di lettura, la scelta di proporre una Napoli oscura, avvolta dalle tenebre o limitata a scorci invernali su quartieri periferici o spiagge desolate, con il sole che appena si intravede nei riflessi degli occhiali a specchio indossati dai due protagonisti come i villain di un poliziottesco anni '70.

Per Peppe e per Francesco (e soprattutto per il vuoto delle loro devastate esistenze) ad un certo punto si profila una occasione di riscatto sotto le forme aggraziate di due presenze femminili. Per il primo è la gentile ed elegante vicina di casa (la sempre affascinante Stefania Sandrelli) conosciuta sulla spiaggia solitaria su cui porta il cane a correre, per Francesco è la dolce Mei (la bellissima Ma Xiaoya, attrice proveniente dal Shangai Theatre Academy), schiava dei trafficanti di carne umana del suo paese di origine.

Tuttavia sarà per entrambi solo solo un passaggio veloce, un breve intermezzo di luce in vite che sembrano già contenere nella loro essenza i segnali di quella che sarà la conclusione.

 

Falchi è una pellicola non priva di ingenuità, tuttavia dimostra di avere il giusto piglio e una narrazione che scorre ben calibrata in ogni sua parte. Come detto non mancano le citazioni, e tuttavia sarebbe sbagliato ridurlo ad un film citazionista, D'Angelo dimostra di avere idee e di possedere tecnica, se seguirà questa strada possiamo e vogliamo aspettarci buone cose da lui.

Detto della bella colonna sonora, e della presenza di Pippo Delbono in un ruolo secondario ma molto significativo, non resta che rimarcare il buon lavoro dei due protagonisti, Michele Riondino (Francesco) e, soprattutto, Fortunato Cerlino, la cui faccia scolpita nella pietra della solitudine e del disagio esistenziale sembra creata apposta per un film come questo.

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