Trama

1887. Dopo la morte del padre cercatore d'oro, la venticinquenne Marie Louise lascia la sua vita nel West per trasferirsi dalla madre a New York e perseguire il suo sogno di diventare attrice. Una sera su un palco, aggrovigliandosi nel suo lungo abito, evita di cadere facendo girare la stoffa in maniera armoniosa e dà vita a quella che viene definita la danza del serpente. Il pubblico rimane in visibilio e chiede il bis, facendo sì che dal niente Marie Louise diventi una celebrità e assuma il nome di Loïe Fuller. Quando la sua nuova arte inizia a essere imitata, Loïe lascia l'America alla volta di Parigi, dove in breve tempo conquista la città e illustri ammiratori, da Toulouse Lautrec ai fratelli Lumière, divenendo il simbolo di un'intera generazione. La fama però non è tutto e l'incontro con la giovane Isadora Duncan metterà a rischio la sua storia d'amore con Louis, il rapporto con la devota assistente Gabrielle e la sua stessa arte.

Approfondimento

#IO DANZERÒ: LA VERA STORIA DI LOÏE FULLER

Diretto da Stéphanie Di Giusto e sceneggiato dalla stessa con Sarah Thibau, Io danzerò adatta  un romanzo di Giovanni Lista per raccontare la vera storia di Loïe Fuller, un'eroina moderna in grado di rivoluzionare la Belle Epoque, epoca in cui vive. Nata nel Midwest americano e destinata a rimanere una semplice ragazza di fattoria, Loïe diventerà una delle stelle del cabaret fino a esibirsi nel mitico Teatro dell'Opera di Parigi. Nascosta dietro metri di seta, con le braccia stese come assi di legno, Loïe reinventa il suo corpo sul palco e affascina il suo pubblico ogni sera grazie alla sua danza del serpente. Divenuta ben presto icona della capitale francese, Loïe è il simbolo di una generazione e molti illustri ammiratori cedono al suo fascino: da Toulose Lautrec a Rodin, passando per i fratelli Lumière. Sebbene gli sforzi fisici rischino di distruggerle per sempre la schiena, Loïe non smette mai di perfezionare la sua arte ma l'incontro con Isadora Duncan, una giovane prodigio affamata di gloria, segnerà la sua inevitabile caduta.

Con la direzione della fotografia di Benoît Debie, le scenografie di Carlos Conti e i costumi di Anaïs Romand, Io danzerò segna il debutto alla regia della Di Giusto. Diverse sono le motivazioni che l'hanno spinta a trasporre sul grande schermo la storia della Fuller, come spiega la regista in occasione della presentazione del film al Festival di Cannes 2016: «Tutto ha avuto inizio con una fotografia in bianco e nero che ritraeva una ballerina nascosta dietro un vortice di veli. la didascalia recitava: "Loïe Fuller, icona della Belle Epoque". Ha destato subito la mia curiosità e desideravo sapere chi fosse quella donna. La sua storia mi ha lasciata letteralmente senza fiato. Ho apprezzato immediatamente il fatto che fosse divenuta famosa nascondendosi e la sua natura pionieristica. Con la sua danza del serpente, Loïe Fuller ha letteralmente rivoluzionato le arti sceniche alla fine del XIX secolo, anche se quasi nessuno si ricorda di lei. Da tempo ero alla ricerca di un soggetto per esordire alla regia e l'incontro con la figura della Fuller mi ha dato il coraggio di fare il grande passo, vincendo ogni mia inibizione. Le lotte di Loïe per affermarsi come artista dal nulla mi hanno dato la giusta dose di coraggio per imbarcarmi in questa avventura.

Mi ha colpito che non possedesse nessuno degli ideali di bellezza tipici del suo tempo. Fisicamente, era anche poco attraente. Aveva la tipica costituzione da ragazza di campagna e per tale motivo si sentiva prigioniera di un corpo che avrebbe voluto dimenticare. Eppure, istintivamente, quel corpo l'ha portata a inventare una danza che avrebbe fatto il giro del mondo. Quella grazia naturale che le mancava veniva compensata dalle sue coreografie: era un po' come se si liberasse del suo corpo attraverso la sua arte. Ha finito dunque con il reinventarsi su un palco: un concetto per me fondamentale. Mentre alcune persone usano le parole per comunicare, Loïe ha fatto ricorso al corpo e lo ha reinventato, prendendo così in mano il suo destino. Ha trasformato le inibizioni in movimenti, l'inquietudine in energia e sfida alla vita. Mi interessava catturare l'emozione della sua battaglia interiore, un misto di forza, volontà e fragilità.

In un primo momento, Loïe avrebbe voluto fare l'attrice. Non amando se stessa, vedeva nell'arte in genere una via di fuga. Non era interessata alla recitazione per mettere in mostra se stessa: recitava perché amava declamare i bei testi. Per ironia del destino, il suo primo ruolo è stato muto. Ciò è quello che poi l'ha spinta a scegliere di tacere e agire, dedicandosi alla danza. Per la danza nutriva una passione che non conosceva limiti e per la quale era disposta a ricorrere a un gran numero di competenze anche scientifiche, dalla matematica alla chimica alla scenotecnica. Basti pensare che per il suo costume di ballo, fatto con 350 metri di seta, occorrevano ottime conoscenze matematiche e fisiche oltre che sartoriali: dopo la prima danza a livello quasi amatoriale in America, si era accorta di necessitare di più luce, volume ed effetti. Non è un mistero che divorasse tutti i libri che poteva e che amasse incontrare menti geniali, tra cui Edison e l'astronomo Flammarion. Oltre al costume, ha inventato anche i sali fosforescenti da applicarvi, per esempio. Era una donna all'avanguardia, tanto da depositare una decina di brevetti a suo nome.

Parigi è la città che l'ha consacrata ma è anche quella che l'ha costretta al declino preferendole Isadora Duncan. Isadora era l'incarnazione di tutto ciò Loïe non era: giovane, brillante e aggraziata. Una forma di ingiustizia, se vogliamo.

In Io danzerò Loïe ha il volto di Soko. A lei ho contrapposto un personaggio del tutto inventato, Louis Dorsay, interpretato da Gaspard Ulliel. Dorsay è una sorta di vittima sacrificale, dal momento che - anche se non ho voluto farne un punto cruciale - Loïe era omosessuale. Loïe deve inoltre le sue performance a una figura centrale per la sua esistenza, Gabrielle, impersonata da Melanie Thierry. François Damiens porta in scena Marchand, il capo del Folies Bèrgere, mentre Lily-Rose Depp presta il suo volto a Isabella Duncan».

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Commenti (3) vedi tutti

  • Film biografico,convenzionale, ma ben fatto.Ottima la performance di Soko

    leggi la recensione completa di Furetto60
  • Tutti i vj e video-performer odierni dovrebbero renderle omaggio, riconoscendole il pionerismo nelle arti visive.

    leggi la recensione completa di vjarkiv
  • Il biopic di un'artista ostinata che coglie l'attimo per distinguersi dalla folla e stupire con uno spettacolo avanti con i tempi. Un successo che non porta la serenità che gli agi potrebbero far pensare. Un esordio efficace, ricco di alcuni momenti suggestivi che riescono a far dimenticare certe soluzioni di stampo più televisivo.

    leggi la recensione completa di alan smithee
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