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La scelta

Regia di Michele Placido vedi scheda film

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La recensione su La scelta

di nickoftime
5 stelle

Nella filmografia di un regista umorale ed eclettico come Michele Placido è possibile identificare almeno tre linee di sviluppo. La prima a manifestarsi e che in un certo senso gli ha permesso di imporsi come autore a tutto tondo è stata quella impegnata e militante, cui appartengono "Pummarò" e "Un eroe borghese". C'è poi il filone dedicato ai crime movie, con lungometraggi come "Romanzo criminale" e "Vallanzasca" che hanno espanso la fama del regista oltre i confini nazionali, consentendogli di dirigere - ne "Il cecchino"- due mostri sacri del cinema francese come Mathieu Kassovitz e Daniel Auteuil. Infine, esiste un terzo segmento, forse il più controverso, per i difetti rilevati dalla critica, in cui Placido ha dato sfogo al suo lato maggiormente appassionato e autoriale, raccontando la tenzone amorosa nella malinconica e struggente versione fornita dalle sue opere. Alla pari di "Un viaggio chiamato amore" e "Ovunque sei" anche "La scelta", il nuovo film del regista pugliese, sembra seguire" un'ispirazione diversa e più personale, caratterizzata da una rinnovata libertà creativa che investe sia gli aspetti formali che quelli di scrittura.

Partendo da un testo di Luigi Pirandello (L'innesto) Placido immagina l'esistenza di Laura e Giorgio, sconvolta dalla decisione di portare avanti una gravidanza che quasi certamente è il frutto della violenza subita dalla donna. Il dubbio, alimentato dalla probabile sterilità della coppia, è rafforzato dalla decisione di Laura di evitare gli accertamenti che potrebbero risolverne il quesito. Un dramma che "La scelta" racconta dall'interno, pedinando l'escalation emotivo di una relazione che si sfalda sotto i colpi del destino; e per la volontà di Laura, decisa a respingere i tentativi del marito, intenzionato a disfarsi delle "conseguenze" di quel tragico evento. E che poi, per riflesso, si estende al mondo circostante, con i parenti e gli amici chiamati a recitare, tra buona fede e ipocrisie, il ruolo della ragione e del buon senso. Detto subito che il lavoro sugli attori è come al solito eccellente e che la coppia interpretata da Raoul Bova e da Ambra Angiolini comunica al meglio il travaglio interiore dei personaggi, "La scelta", viene meno alle premesse quando, nell'intenzione di raccontare il dolore attraverso il non detto che si cela dietro lo smarrimento di Laura, decide di lasciare all'apparato formale e visuale il compito di integrare il significato che le parole non riescono più a formulare. Placido parte dalla centralità dei volti, vivisezionati con un puzzle fisiognomico che nella sua compulsione visiva allude al caos del reale e alla gestualità istintiva che caratterizza tanto gli amanti - pronti ad accoppiarsi con impaziente ferinità - quanto il misterioso carnefice. E su questa fa convergere un'architettura sensoriale fatta di immagini (algide e perfette sotto la direzione di Alfonso Catinari) e di suoni (presi in prestito dal canto classico insegnato da Laura ai suoi studenti) che nel rigore e nella compostezza dell'ordito sembrano corrispondere alla volontà di sublimare la tragedia in un bene superiore; secondo lo spirito di Laura, intenzionata a vedere nel torto subito la risposta, seppure travagliata e incoerente, al desiderio di maternità finalmente esaudito.

Una strategia che funziona fino alla sequenza dello stupro, quella che consegna il film ad una seconda parte complicata dalla necessità di tirare le fila dei sentimenti e delle azioni poste in essere nella fase precendente. Costretto a spiegare le ragioni più che gli stati d'animo, "La scelta" fa ricorso a soluzioni che esasperano l'estetica del film - pensiamo all'invadenza della colonna sonora e ai virtuosismi di regia come quello delle immagini girate a velocità doppia - senza però riuscire a progredire dal punto di vista narrativo. In questo modo a perdere plausibilità sono le ragioni del cambiamento che ad un certo punto si produce nel rapporto di coppia messo in scena dai protagonisti, così come rimane irrisolta la presenza di alcuni ruoli secondari; primo fra tutti quello del commissario interpretato da Placido, in sospeso tra la funzione assegnatagli dall'incarico istituzionale e l'altra, attribuitagli in chiave poetica dal regista, che sembra farne, perché la cosa non è del tutto chiara, una sorta di coscienza morale delle vicende raccontate. A farne le spese è il potenziale drammaturgico insito nell'opera Pirandelliana, incapace nella versione di Placido, di incamerare persino il gradiente di coinvolgimento messogli a disposizione dalla popolarità dei suoi attori. A conferma di quello scollamento tra autore e spettatore a cui accennavamo all'inizio del testo.

(pubblicato su ondacinema.it)

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