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Something Good

Regia di Luca Barbareschi vedi scheda film

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La recensione su Something Good

di M Valdemar
6 stelle

Qualcosa di buono da Luca Barbareschi.
Difficile aspettarselo: la cronaca di un pastrocchio annunciato si rivela invece un’interessante - e soprattutto "vedibile" - fotografia di una tematica inquietante quanto tremendamente attuale (alla base del film accadimenti veri) nonché trattata poco e male dai media: l’adulterazione alimentare, il “dio della frode“. Vili fini economici (si parla di numeri impensabili), connivenze politiche e ambientali, sfruttamento globale e globalizzato: quel «vendo qualsiasi cosa a chiunque» pronunciato dall’affarista Matteo (Barbareschi) è un motto funereo e definitivo di un mondo alla deriva. Le conseguenze - dalla semplice intossicazione fino alla morte, anche di bambini - diventano grigia statistica, in una gara impazzita a chi produce di più col minimo investimento. Fino ad arrivare a “fabbricare”, ad esempio - paradosso tristemente poco paradossale - del latte senza latte.
Un po’ di sano sdegno non guasta affatto. Arduo ed in fondo inutile capire se le intenzioni siano più o meno sincere, quello che conta è che Something Good sviscera argomenti così delicati senza complicate e devianti tesi precostituite e lontano da boriose arie intellettual(oid)i.
Poi, va detto, si tratta di cinema: necessari gli addobbi da fiction, la costruzione delle fondamenta strettamente strumentali al prodotto-film. Niente di che, comunque: tramezze interne tinte di nero e giallo creano una - pratica, non articolata, piuttosto prevedibile - rete thriller, mentre la liaison tra l’ingannatore di professione Matteo e la creatura innocente Xiwen (che aveva perso l’unico figlio proprio a causa di alimenti alterati), invero non molto credibile (per quelle che sono le figure in campo), funge da sobrio arredamento romantico tutto sommato accettabile nella sua progressione (riscatto finale del protagonista compreso: mai stati innamorati?).
L'importanza del tema principale - che in altri tempi e con ben altri autori assumerebbe il lodato valore di “impegno civile” - è fuori discussione, come pure la sua urgenza: sorge immediato casomai un piccolo rimpianto, e cioè cosa avrebbe potuto diventare in mano a gente più “adatta”.
Onore al merito dunque a Barbareschi: si vede dalla prima all’ultima inquadratura che ci tiene da matti (dirige, interpreta, co-sceneggia, produce: insomma ci mette tutto il faccione). Come pure si nota che cerchi di dare un tono “internazionale” al film, girandolo in inglese e usando come sfondo una Hong Kong ripresa in maniera anche insolita rispetto agli abituali standard.
Di pecche ce ne sono, eccome: innanzitutto l’autodoppiaggio, che ha sempre risultati scadenti, ma anche qualche lungaggine (e ingenuità) di troppo, una limitata incisività nelle riprese (complice un montaggio a tratti impreciso e precipitoso), dialoghi talora banali, accenni di retorica (inevitabili), inoltre il passo lento come a volersi dare un minimo di tono autoriale (fuori luogo: maggior asciuttezza avrebbe senz’altro giovato).
Infine sul Barbareschi attore: non che sfiguri eccessivamente, però viene spontaneo immaginarsi un attore di razza al suo posto. Tutta un’altra storia, poco da dire. Più che dignitoso l’apporto dei comprimari, tra i quali è riconoscibile il simpatico Gary Lewis - il “papà” di Billy Elliot -, e che vede tra le sue fila validi attori cinesi in parte.
Ad illuminare le scene, e l’intera pellicola, ci pensa Zhang Jingchu (Xiwen), già notata ed apprezzata in alcuni action hongkonghesi tra cui Beast Stalker: scelta felicissima, possiede quel naturale mix di bellezza, fragilità ed esotismo come sole certe donne asiatiche hanno; la sua è un’interpretazione convincente per misura e intensità.
Il personaggio sarà pure discusso e discutibile (vedasi i vari atteggiamenti quantomeno infelici e le ambigue vicende politiche), eppure con Something Good Barbareschi dimostra di sapere e potere fare un film sufficientemente valido.

[Piccola nota personale: Something Good l’ho visto “per sbaglio”, come ripiego, poiché per il titolo per il quale avevo pagato il biglietto, Questione di tempo, sono sorti “gravi” problemi tecnici. Potenza dei multisala. Scommetto che nemmeno uno tra gli innumerevoli proiettori di Sole a catinelle ha avuto contrattempi]

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