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Snack bar blues

Regia di Dennis Hopper vedi scheda film

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La recensione su Snack bar blues

di hupp2000
8 stelle

In concorso al Festival di Cannes nel 1980, il terzo lungometraggio diretto da Dennis Hopper sembra oggi quasi dimenticato, pur trattandosi di un film ben costruito, ben recitato e assai significativo nella carriera del suo autore. I personaggi messi in scena hanno molto in comune con quelli visti undici anni prima nell’epocale « Easy rider ». Trasgressivi, strafatti, « undeground » quanto si vuole, ma i tempi sono cambiati. Lo stesso Dennis Hopper (Don) appare in veste di ex-hippie quarantenne, ormai ben distante dall’immagine di figlio dei fiori fumatore d’erba. Oggi, è sprofondato nel ben più dannoso alcoolismo e ha sulla coscienza la morte di 16 bambini, speronati nel loro scuolabus dal suo spropositato camion. Cinque anni di carcere. La moglie Kathy (Sharon Farrell) è alle prese con la sua dipendenza dall’eroina. Assistiamo ad un rovesciamento ideologico : l’autore, regista e attore prende le distanze dalla contro-cultura degli anni ’60-’70. Non va dimenticato che, a partire da questo periodo, si dichiarerà sempre repubblicano, facendo però marcia indietro, poco prima di morire, con il suo sostegno a Barak Obama. In « Easy rider », i protagonisti erano certamente ai margini della società, ma ne erano anche vittime disarmate di fronte ad una provincia violenta e reazionaria. Qui, si mostrano invece figure mediocri e deboli, vittime in primo luogo di loro stesse e votate all’autodistruzione. Il loro ambiente non è più quello delle comuni autogestite, degli sconfinati paesaggi attraversati in moto, delle ammucchiate psichedeliche, della musica rock, bensì quello assai più rude delle stazioni di servizio, dei « fast-food », delle discariche invase da migliaia di gabbiani, del sesso vissuto con rabbia e senza libertà, della musica « punk », dell’alcool e dell’eroina. Protagonista assoluta del film è Cindy ( Linda Manz), la figlia adolescente di Don e Kathy. Scavalca musicalmente la generazione dei suoi genitori : fan di Elvis Presley da un lato, ammiratrice del neonascente stile punk dall’altro. Il rock non è mai esistito. Detesta la disco-music, odiosa colonna sonora della sua epoca. Cindy è assessuata : maschio mancato, sì, ma non nessariamente lesbica. Sembra venerare suo padre, ma non è così. Sembra disprezzare la madre, ma se la porta dietro nello straziante finale. La recitazione di Linda Manz è stupefacente. Lo aveva già dimostrato nel capolavoro « I giorni del cielo » di Terrence Malick. Dietro la facciata della ragazza temeraria e più matura di quanto lasci intendere la sua età, nasconde il suo terrore nei confronti di un mondo che non le riserva alcuna prospettiva, di una famiglia allo sbando. Ragazza sfrontata, sì, ma bambina che si succhia ancora il pollice ! Esempio dello scanzonato cinema indipendente di quegli anni, « Out of the blue » si distingue nel finale per il cambio di registro improvviso : si rasenta l’horror. Non meno pesante la scena, ripetuta più volte e a rallentatore, del succitato speronamento. Come si sarà capito, la colonna sonora riveste un ruolo importante. E’ affidata a Neil Young che, oltre a prodursi in un paio di brani degni di nota, vi inserisce ovviamente Elvis Presley e compie scelte felici quando passa al genere punk : Joy Division, New Order, Bauhaus. Nei panni dell’inaggirabile psicologo che « segue » la disadattata protagonista, il caro vecchio Raymond Burr (Perry Mason, ma soprattutto « La finestra sul cortile »). Una curiosità : perché il titolo « Out of the blue » viene tradotto per la versione italiana con un titolo altrettanto anglosassone, « Snack bar blues » ?

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