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Maternity Blues

Regia di Fabrizio Cattani vedi scheda film

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La recensione su Maternity Blues

di OGM
4 stelle

Guardate questo film. Ma – detto fra noi - dopo averlo visto, sulla “depressione post partum” ne saprete quanto prima. E magari non sarete del tutto sicuri che la storia abbia parlato proprio di questo. Gli eventi e le parole ci distolgono dall’argomento. È il loro modo di convincerci, indirettamente, che quelle quattro sventurate che hanno ucciso i loro figli non sono né pazze, né assassine, ma sono solo persone malate. Anzi, no, sono donne normali, che hanno conosciuto un attimo di indefinibile debolezza. Basterebbe molto meno per sostenere questa tesi. Non è il caso di tuffarsi temerariamente nella futilità stereotipata da fiction televisiva, se lo scopo è quello di esorcizzare un male che pare inaccettabile, restituendo dignità a quelle povere anime senza più un motivo per vivere. Per poterci avvicinare a loro non abbiamo bisogno di scambiarle per le protagoniste di una qualsiasi sitcom, che chiacchierano del più e del meno mescolando puerili luoghi comuni (I gatti neri portano sfortuna? Ma è  solo una diceria …) e spezzoni di melodramma per l’infanzia (Questo mi piace e mi fa pensare che fare l’amore con te è come farlo con gli angeli). Una convenzionalità che spesso e volentieri sfonda la barriera del kitsch è inopinatamente chiamata a fungere da paravento al cuore spinoso della faccenda. E lo spettatore, fino agli ultimi minuti del film,  si ritrova costretto a intrattenersi con una superficie che riflette la solita quotidianità senza comunicare nulla di nuovo, ed allontanando, anzi, il sospetto che lì dietro si nasconda qualcosa di straordinariamente brutto. Un bucato bianco che ha cambiato colore a causa di una maglietta rossa finita per sbaglio in lavatrice, una festa di Natale con esibizione canora, una sigaretta spenta per dispetto dentro un piatto sono episodi da spot pubblicitario che non possono diventare interessanti per il solo fatto di essere inseriti in un contesto tanto problematico. Forse vogliono essere la dimostrazione che – come Vincenza all’inizio ci spiega – a tutto si fa l’abitudine; ma perché insistere tanto sulle quisquilie che accadono continuamente in ogni parte del mondo, ivi compresi, naturalmente gli ospedali psichiatrici giudiziari?   Questo espediente a basso costo non serve a sfatare il mito della madre mostro, non almeno per chi abbia la maturità di pensare alla psicosi come a qualcosa di ben più complesso e recondito che la terrificante metamorfosi del dottor Jekyll in Mr. Hyde.  È un fenomeno senza volto che vive in mezzo a noi, e l’abbiamo capito da un pezzo. Ma il film non pretende che ne comprendiamo niente di più, visto che, come afferma il sacerdote don Mario, anche Dio ha difficoltà a distinguere il bene dal male. Tutto potrebbe allora rimanere così, avvolto nel mistero che a noi mortali non compete conoscere. Un enigma umano irrisolto, che si affida al silenzio e a qualche frase arcana, per poter eternamente tornare in scena, a colpirci a tradimento trovandoci sempre indifesi, perennemente immersi nel dubbio tra colpevolezza e innocenza. E invece gli autori tengono a precisare che le circostanze di quei gesti tragici erano chiare, segnate dallo stress di madri esasperate, mogli abbandonate, donne frustrate, ragazze in rotta con la famiglia, o affette da traumi infantili. Retroscena ovvi come la constatazione che tutte, adesso, sono irrimediabilmente addolorate per ciò che hanno fatto.  Questo messaggio è affidato ad un misto di reality e talk show, secondo la collaudata formula della confessione che sboccia all’improvviso, mentre si conversa amabilmente stando seduti sul divano o facendo le pulizie.  L’improvvisazione ci porge il prevedibile, a conforto delle nostre insicurezze. La recitazione è realisticamente approssimativa, e forse anche questo ci aiuta a sollevarci dall’onere di doverci immaginare che tutto, a dispetto delle teatrali apparenze,  appartiene ad una dimensione tanto autentica quanto oscura, invisibile e sfuggente. 

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