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Diaz

Regia di Daniele Vicari vedi scheda film

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La recensione su Diaz

di ed wood
8 stelle

La più grande vergogna della Storia italiana recente è oggetto di questo bellissimo film, che conferma la mano calda dei registi italiani quanto di tratta di fare i conti con le ombre delle proprie vicende sociali e politiche. Con buona pace dei fondamentalisti esterofili che continuano a credere che oggi nello Stivale non si faccia più il grande cinema (di denuncia e di ricerca stilistica, contemporaneamente) che fu dei Rosi e dei Petri, la cinematografia italiana contemporanea è piena di opere valide tecnicamente (e coraggiose ideologicamente) in questo campo.

 

“Diaz” non fa sconti a nessuno: la rappresentazione della polizia come istituzione fascista (relativamente ai fattacci narrati nel film) raramente ha raggiunto simili vette di ferocia. Si potrebbe sostenere che non sarebbe stato possibile fare altrimenti, trattandosi obiettivamente di una carneficina condannata ovunque da chiunque: tuttavia, sappiamo bene che, quando si fa un film, è facile censurare, omettere, annacquare. Diamo atto invece a Vicari di aver rappresentato la barbarie dei poliziotti con la massima onestà possibile. Onestà che significa non solo asciuttezza, pietas, indignazione, trasparenza, assenza di speculazione sul dolore, ma anche capacità di sviscerare lucidamente tutti gli intrighi di una vicenda che ha messo in luce, una volta di più, le colpe e le pecche organizzative dello Stato italiano (e, di conseguenza, del suo braccio armato): in questo senso vanno letti i dubbi e le perplessità di alcuni capi della polizia in merito alla decisione (presa a piani più alti) di aggredire dei pacifici contestatori in modo tanto barbaro (roba da Ventennio, non c’è altro da aggiungere…basta leggere il report di Amnesty International) quanto vigliacco (le molotov fasulle e le altre manipolazioni della realtà dei fatti).

 

Stilisticamente, “Diaz” è un ottimo film per una serie di ragioni. Ritmo e tensione non fanno mai difetto. La ricostruzione storica è accurata. La contrapposizione fra i colori dei pacifisti e il grigiore delle forze dell’ordine è efficace, anche perché non cade in alcun simbolismo o manicheismo. Il montaggio riesce abilmente a tenere le fila delle diverse storie che si intrecciano: l’utilizzo frequente di panoramiche dall’altro sulla città di Genova funge da espediente estetico per fare il punto della situazione, per dare compattezza “topografica” ad un racconto altrimenti dispersivo, per tenere tutto sotto controllo e, al contempo, per conferire tragicità ad una vicenda che pare ancora relegata alla cronaca, nonostante sia vecchia di oltre un decennio (azzeccato, a tal proposito, il sottotitolo: “Don’t clean up this blood”, indice di una ferita ancora aperta).

 

Spicca in particolare l’immagine della bottiglia lanciata contro la macchina della polizia, “casus belli” che diventa anche fulcro narrativo e poetico di tutto il film: riproposta per diverse volte in un rewind denso di significato (ricorsività della violenza? rimorso per un gesto comunque da condannare? desiderio di reversibilità del Tempo?), quella sequenza diventa il punto di eterno ritorno per una serie di flashback con cui la notte del massacro viene ogni volta rivissuta da punti di vista sempre diversi. Espediente non certo innovativo, ma qui decisamente funzionale, sia perché Vicari evita abilmente il rischio di macchinosità, sia perché ben si presta alla missione del regista (etica, ancor prima che estetica) di analizzare la vicenda a 360 gradi, dall’esterno come dall’interno della palestra, senza lasciare spazio a misteri ed ambiguità, ridando finalmente piena e completa visibilità ad una pagina di Storia troppo a lungo insabbiata. 

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