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La nave dolce

Regia di Daniele Vicari vedi scheda film

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La recensione su La nave dolce

di Utente rimosso (LGiulia)
9 stelle

Porto di Bari, 8 agosto 1991: la nave Vlora approda con a bordo più di 18mila albanesi, saliti con la forza al porto di Durazzo e alla ricerca di una vita migliore. La narrazione alterna le immagini d'epoca alla testimonianza di alcuni esuli e di alcuni italiani che si occuparono di arginare la situazione. Fra i protagonisti vi sono anche Kledi Kadiu e il regista Robert Budina.

 

 

Io nel 1991 avevo quattro anni. Vedere quelle immagini a distanza di oltre vent'anni mi ha non solo toccato ma anche fatto profondamente riflettere. Nel 1991, in Italia, gli stranieri erano circa 30mila; ad oggi possiamo contarne oltre 5milioni. Eppure, vedo nell'atteggiamento italiano lo stesso sgomento e la stessa incapacità gestionale di vent'anni fa. 

La Vlora fu un fenomeno nuovo quanto inatteso: le autorità erano basite e prive di idee circa la gestione di quell'immenso numero di esuli. Ad oggi, stiamo vivendo qualcosa di simile con il flusso di immigrati dal nord Africa: popoli che fuggono verso un'ipotetica vita migliore. E il nostro Paese bloccato, quasi imbarazzato, di certo incapace nel gestire un fenomeno tanto importante. La stessa stampa pare quasi intenta a "xenofobizzare" il popolo italiano, rendendolo asettico e disgustato verso quelle fiumane di uomini che attraversano il mare carichi di una speranza mista a disperazione. Sembra che noi italiani ci siamo dimenticati di essere un popolo di emigrati, sparsi nel mondo, distaccatesi dalla patria per la mancanza di aspettative. Molti dicono che abbiamo subito pregiudizi e umiliazioni nella nostra ricerca di una vita migliore: quarantene, controlli dei documenti, visti di lavoro. Una verità, certo, ma una verità a cui molti si aggrappano al solo fine di criticare e detestare quei clandestini, che stracciano i documenti, che portano la criminalità. E si compiono errori storici e sociali. Storici, perchè non si possono sovrapporre tempi e situazioni differenti; sociali, perché si condanna a priori dei popoli, si tratti di Albania o di nord Africa, senza fare alcuna scrematura fra le persone oneste e coloro che invece vivono di espedienti. E sorge la mia domanda, forse ingenua, ma di certo naturale: possiamo noi italiani dire di essere un popolo modello, composto solo di cittadini onerevoli e onesti? Non c'erano fra i nostri esuli persone meritevoli ed altre indegne di codesto titolo?

Non voglio alzare un vespaio politico o storico-sociale: vorrei solo far riflettere. Riflettere prima di condannare o santificare; riflettere circa il senso dell'umanità e dei valori che dovrebbero muovere la nostra vita. Semplicemente riflettere. 

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