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The Artist

Regia di Michel Hazanavicius vedi scheda film

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La recensione su The Artist

di lorenzodg
4 stelle

      “The Artist” (id., 2011) è il terzo film di Michel Hazanavicius, presentato all’ultimo Festival di Cannes con titoli e applausi dei più: un clamore mediatico per un muto ‘moderno’ in bianco e nero in omaggio al cinema del passato. Una Francia che si applaude e che sovrasta il mercato prima che esso arrivi (nelle sale) con un disegno di grazia a ricordare i Lumiere (di patria) e l’agonia di ciò che oggi è (la celluloide).

            Lungi da discorsi e fraintendimenti vari, il film delude (in pieno) le aspettative per cui è stato fatto (almeno crede lo spettatore che scrive in una serata infreddolita tra le poltrone nascoste in una sala abbastanza piena). Un giro di manovella per addolcire ed edulcorare l’epoca di passaggio dal muto al sonoro (dal 1927 in poi la pellicola cita gli eventi…presunti) ma tutto è troppo costruito con una perfezione stilistica solo esteriore. Il vuoto e la noia pervadono la storia dall’inizio alla fine. Mai un passo di vero film: tutto studiato meticolosamente per piacere e ingannare.. ma il ricopiare una risaputa rivalità tra attori generazionali e la loro storia d’amore (sul set) non incide per nulla al pathos vero. Mai un rigurgito di sensazioni, mai un chiaroscuro d’animo, mai un animo che si offre al pubblico.

 

Tutto appare scontato per l’acclamazione festivaliera ma poco convinto per un certo applauso (ovazione è fuori luogo) alla fine della proiezione ( o per lo meno commenti degni di nota). Nulla di tutto ciò: una mesta uscita per uno schermo in movimento rimasto piatto nelle intensità umane. Muto il film e silenzioso è stato il palpito umorale dell’appassionato di certe pellicole vive e sentite degli anni a cui si vuole aprire la festa del ricordo. Ecco che Cannes ha colto tutto ciò per sentire oggi quel tipo di cinema ma “The Artist” rimane a secco e la recitazione (convinta) ci risparmia un affossamento generale dell’operazione (commercial-festante).

            La convinta opera filmica viene presentata come tale con una buona colonna sonora (almeno quella) e riesce e ridestarci dal sonno in uno schiumare di facce e faccine già trovate e viste mille volte.

             George Valentin (Jean Dujardin) è una star del cinema muto; perde il piedistallo all’arrivo del sonoro quando Peppy Miller (Bérénice Bejo –se la cava bene-), diva in ascesa, gli ruba notorietà e successo. La produzione cavalca la nuova onda fino a quando il produttore Al Zimmer (John Goodman -in poche scene ruba la scena a tutti-) non intuisce che i due possono stare insieme…un ballo, un musical per nuovi guadagni.

Il film riesce nell’intento di far parlare di se e di conquistare la platea dei giornali (con fila di acclamatori) ma il sogno svanisce ben presto (sensazione di evanescenza patinata bene). Il bianco e nero non convince pienamente; la regia risulta disadorna per il contesto. E la misura dello schermo (ridotto) ricuce per bene le sensazioni dello spettatore (appena uscito..dal suo stato di appassito).


Ps. Una fotografia più disadorna e in filigrana (sgualcita) avrebbe dato ragione a un vero richiamo (im-muto-lito) e sincero (in-sonoro).

            Voto. 5-.

 

 

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