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Gummo

Regia di Harmony Korine vedi scheda film

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La recensione su Gummo

di GIANNISV66
8 stelle

Surreale racconto discontinuo di una comunità costretta a vivere di espedienti. Il sogno americano svanisce nell'incubo di esistenze trascinate, in una rappresentazione del lato marcio dell'America che risulta più disturbante di un horror. Memorabile la cavalcata in bicicletta tra il degrado urbano sulle note degli Sleep.

 

 

 

“Xenia, Ohio......…Qualche anno fa un tornado si è abbattuto sul villaggio. In tanti sono rimasti uccisi, qui sono morti cani, sono morti gatti, case spaccate a metà, collane e braccialetti sopra gli alberi…i morti avevano le ossa che gli uscivano dalla testa, Oliver ha trovato una gamba sul letto. Molti padri di famiglia sono morti durante il grande tornado, io ho visto una ragazza volare per aria e gli ho guardato sotto la gonna. La scuola è distrutta e sono morti dei bambini. Il mio vicino è stato fatto a pezzi e aveva una bici da corsa e un grande triciclo, la sua testa non è mai stata trovata… mi è sembrato divertente”.

 

Due adolescenti cavalcano le biciclette sfrecciando nelle strade di una periferia urbana, tra casette indipendenti, giardini e viali. Raccontata così sembra la banale scena di un pomeriggio qualunque di una qualunque cittadina degli Stati Uniti, ma le cose in realtà stanno un po' diversamente.

Le casette hanno un'aria trascurata, i viali e l'ambiente in generale restituiscono un'idea di abbandono e disordine, i ragazzi hanno lo sguardo truce, scrutano il paesaggio circostante come lupi che segnano il territorio, accompagnati dalle ossessive note di Dragonaut degli Sleep.

Nel 1997 Harmony Korine segna il suo esordio alla regia con questo Gummo che generò non poco sconcerto tra gli spettatori. Una sorta di “falso documentario” che focalizzava l'attenzione sulle vicende di una cittadina, Xenia nell'Ohio, mai ripresasi dalla devastazione di un evento calamitoso e i cui abitanti si erano ridotti, nella finzione del film, a condurre a condurre una vita di grama sussistenza.

Non vi è una vera trama in Gummo, piuttosto una sequenza più o meno sconnessa di scene il cui scopo è raccontare le surreali vicende in cui si trascinano vari personaggi che animano la pellicola, un campionario di disagio umano variamente assortito.

E su tutti i due protagonisti, i ragazzi in bicicletta della scena iniziale: questa cavalcata sulle due ruote non può non far tornare alla mente la sequenza di un film di una quindicina di anni prima, in cui un gruppo di ragazzini sfidano l'aridità degli adulti per salvare un alieno buono giunto dallo spazio, fino all'inevitabile lieto fieno intriso di quell'ottimismo che certifica l'american way of life, con quella bicicletta che sfreccia davanti alla luna che tanto ha marcato l'immaginario degli anni '80.

In Gummo gli alieni non ci sono, o meglio ci sono ma con fattezze umane, personaggi a un tale livello degrado sociale da risultare elementi alieni ad una società che vorrebbe i suoi cittadini rampanti e proiettati verso un futuro di gloria e non certo questi disadattati pronti ad ogni espediente per sopravvivere.

Il sogno americano qui è declinato nell'incubo, la classe media intrisa di ottimismo e autostima ha lasciato il posto al white trash, il (sotto)proletariato suburbano bianco che vive in condizione economiche disagiate ed in condizioni in certi casi peggiori degli afro-americani.

 

La denuncia sociale in Gummo è peraltro percepibile solo attraverso le righe, le vicende vengono narrate con le tinte del grottesco, il disagio esistenziali dei vari personaggi viene reso con toni che vanno dal surreale fino all'horror, il tutto culminante nella scena del finto suicidio di uno dei due protagonisti.

“Caro mondo, sono confuso dalle oscure elucubrazioni del mio cervello. Ho cercato… ho cercato in tutti i modi di farcela in questo schifoso mondo, ma credo che il primo errore sia stato quello di nascere. Non ho nessun senso di colpa per il mio suicidio. Ho provato… alla vostra maniera, ho sempre lavorato fin da quando avevo 13 anni. Lavorare per vivere non è mai stato un problema per me. Il problema è che sono circondato dall’oscurità. È buio! È buio! È buio! Ora mi punto la pistola alla testa e sparo.”

Sembra l'epilogo di una tragedia personale e invece è una burla, Tummler non si suicida affatto anzi inscena un delirante rituale satanico, che però non riesce a suonare meno fasullo del suicidio.

 

La sensazione che si produce guardando un film come Gummo è sicuramente quella di un forte disagio, ma anche di sconcerto. Le varie scene scorrono in un alternarsi di momenti di cui è difficile trovare un senso compiuto, dalle violenze gratuite sugli animali, in particolari i gatti, alle esplosioni di rabbia sfogata sugli oggetti fino al sesso raccontato pure questo con taglio decisamente grottesco.

E nel fango della loro esistenza i due protagonisti, Tummler e Salomon, sembrano sguazzare bene, come sembrano sguazzarci bene gli altri personaggi: messaggio che arriva diretto allo spettatore da una delle scene divenute maggiormente di culto, quella in cui il suddetto Salomon mangia un piatto di spaghetti dall'aria vagamente inquietante immerso in una vasca di acqua a dir poco lercia.

 

Menzione finale per la colonna sonora, che alterna brani appartenenti alla tradizione folk (My Little Rooster di Almeda Riddle  in una delle primissime scene) al pop più commerciale (ad un certo punto compare pure un brano di Madonna) per passare a un rock decisamente più potente fino al black metal dei Burzum (ma non solo).

Ma il brano simbolo resta quello degli Sleep che accompagna la scena di una cavalcata in bicicletta che resta impressa a fuoco nella mente dello spettatore

 

 

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