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Céline e Julie vanno in barca

Regia di Jacques Rivette vedi scheda film

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La recensione su Céline e Julie vanno in barca

di Aquilant
10 stelle

Julie, la ragazza dai capelli rossi, legge distrattamente un libro dello stesso colore, seduta su una panchina di Montmartre e respirando compiaciuta la fresca brezza del parco mentre un gatto ben pasciuto è intento a fissare un’ipotetica preda fuori campo. Tre minuti filati di silenzio per un film ispirato a pagine letterarie di Henry James, Lewis Carroll e Adolfo Bioy Casares, che si snoda incessantemente su una giustapposizione di paradossali situazioni narrative provocate ad arte contro ogni parvenza di logica precostituita. Poi al passaggio di Céline un’esclamazione improvvisa di Julie rompe il reiterato mutismo. Le due ragazze si scrutano per un attimo, si pedinano, s’inseguono, ed è l’inizio di un’allegra sarabanda in cui per il momento è ancora il silenzio a regnare indisturbato, rotto qua e là dal singhiozzo sempre più insistente del traffico. E’ certamente parco in quanto a parole Rivette, ma solamente nello spiazzante incipit del suo stravagante “Céline et Julie vont en bateau” ovvero “Phantom ladies over Paris”: macchina da presa manovrata a mano, a registrare un instancabile inseguimento tra rumori e sapori di mercato che si svolge come un doveroso rituale, preludio ad una sincronica fusione d’intenti di due personalità all’apparenza antitetiche tra loro, ma cucite insieme dal filo comune della stravaganza, destinate ad incrociarsi, scrutarsi, evitarsi, dividersi, per poi ricominciare il pedinamento. Ed anche se dopo tredici minuti di melina narrativa si assiste al primo approccio diretto, la rossa Julie e la bruna Céline sono ancora ben lungi dall’andare in barca con tanto di bambina al seguito. Più che a veleggiare nell’atmosfera di una Nouvelle Vague non più congeniale all'autore, si assiste ad un deciso sconfinamento in una zona franca dalle marcate suggestioni surrealiste, in un’opera in cui l’evidente gracilità dell’architettura è ampiamente bilanciata da un’insolita fluidità narrativa e da una notevole mobilità espressiva delle due protagoniste che reggono quasi da sole l’intero peso della narrazione, perennemente dedite ad un continuo interscambio di ruoli ed alla creazione di un “oscuro oggetto del desiderio” ante litteram a senso unico alternato oltre che ad un palese e vicendevole omaggio cinefilo alla “guerra lampo dei fratelli Marx”, (spassosissima e sensuale la rivisitazione della scena dello specchio). Pescando a piene mani nel territorio dell’irrazionale, Rivette dà vita ad una storia infarcita di nonsense, eppure dotata di una sua ferrea logica interna (a patto però che non si vada troppo per il sottile) e di una non comune freschezza, facendo passare in secondo piano talune divagazioni dal percorso principale presenti in special modo nella prima parte del film. Inoltre non si fa scrupolo di concedersi una serie di forzature stilistiche e di soluzioni narrative un po’ troppo arzigogolate che finiscono inevitabilmente per sfociare in una sorta di gioco intellettualistico pressoché fine a sé stesso. Ma col procedere in avanti della storia il reale intendimento autoriale comincia a palesarsi in modo più che evidente e lo spettatore finisce col ritrovarsi confezionato tra le mani una sorta di thriller in formato kammerspiel, distillato goccia a goccia dalla vicenda principale la quale a sua volta col passare dei minuti viene ad acquistare un ruolo sempre più secondario per lasciare il posto a frammenti di realtà in sospensione offerti in dose sempre più massiccia, scomposti e ricomposti incessantemente in modo rigorosamente iterativo, in una sempre più crescente tensione narrativa nonostante il ritmo volutamente lento dell’incedere. E non conta granché l’inverosimiglianza del metodo usato dall'autore per pervenire ad una soluzione di comodo in un film cui l’unico ingrediente che fa difetto è la normalità, e dove la solubilità del mistero viene peraltro lasciata lettera morta, eclissata da un esilarante epilogo dai toni pirotecnici che fa da degno coronamento ad uno stressante tour de force ed in cui ogni cosa viene rimessa in discussione nell'ultima sequenza che lascia intravedere la realizzazione di un andamento ciclico a soggetti invertiti. Probabilmente si è assistito solamente ad un funambulistico esperimento narrativo a base di improvvisazioni a ruota libera e piani sequenza a volontà, ma almeno per la (de)nutrita schiera dei fedelissimi nottambuli ghezziani il godimento è garantito. E poi volete mettere il fascino arcano della villa al 7 bis di rue du-Nadir-aux-Pommes e l’accattivante malia della coppia rossonera? Provare per credere, parola di chi scrive.

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