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Le otto montagne

Regia di Felix Van Groeningen, Charlotte Vandermeersch vedi scheda film

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La recensione su Le otto montagne

di diomede917
8 stelle

CIAK MI GIRANO LE CRITICHE DI DIOMEDE917: LE OTTO MONTAGNE Alla base di questa storia c'è un famoso detto nepalese legato al giro delle Otto Montagne. Ipotizza un Mondo diviso ad otto spicchi con al suo centro il Monte Sumeru. Ogni Spicchio ha una sua montagna che è divisa a sua volta da un mare. Il senso del proverbio è sostanzialmente "Chi ha imparato di più il senso della vita? Chi ha girovagato per le Otto Montagne assaporando il sapore dei vari luoghi senza fossilizzarsi in nessuno aprendo la propria mente alla conoscenza o chi ha scalato un unico monte che è al centro di tutto, un monte altissimo che ti segnerà per sempre e ti formerà il carattere." Tratto dall'Omonimo libro vincitore del Premio Strega 2017, Le Otto Montagne è un film che cerca di rispondere a questa domanda attraverso l'amicizia indistruttibile di Pietro e Bruno. Un'amicizia raccontata in prima persona attraverso la voce timida di Pietro e suddivisa in tre fasi chiave che determineranno per sempre anche la loro vita privata. Questa amicizia nasce durante l'estate del 1984, in uno sperduto villaggio della Val D'Aosta, Graines. Pietro è il figlio di una coppia borghese torinese che più torinese non c'è né. Il padre fa l'ingegnere in una fabbrica di 10000 persone, la mamma insegna. Vivono Torino come un luogo pericoloso, la subiscono e cercano di proteggere il film con continui rimproveri. L'unica via di fuga, la montagna. Lì Pietro conosce l'unico bambino rimasto, Bruno. Montanaro nel DNA, allevato dagli zii. Un padre muratore scappato in Austria o in Svizzera chissà e una madre di cui non si conosce niente E così due bambini, all'apparenza con niente in comune diverranno amici per sempre. Un'amicizia molto ambigua che si trasforma via via in un qualcosa che è molto di più che una fratellanza. Le Otto Montagne hanno al centro il difficile rapporto padri-figli con la montagna simbolo metaforico di questa difficile relazione. Soprattutto quei monti, duri e rocciosi come può essere il cuore che ha deciso di amarli. Pietro non accetta la quasi mediocrità del padre, un padre che solo in montagna è sé stesso ma che in città è un insicuro balbuziente (e l'esperienza in tal senso di Filippo Timi è fondamentale), Bruno sente l'abbandono di un padre che è fuggito dalla montagna e che lo ha lasciato solo al proprio destino e infine la chiusura del triangolo il Padre di Pietro che vuole insegnare e condividere con Bruno tutto quel sapere e quell'amore che Pietro ha rifiutato. Le scelte dei protagonisti li divideranno ma li riuniranno in una baita dismessa lasciata in eredità e che ricostruiranno pietra su pietra e asse su asse e che diverrà la loro salda dimora per almeno una volta all'anno. Un luogo dove confrontarsi e guardare coi propri occhi quel percorso del famoso detto nepalese. Sinceramente ero molto dubbioso e titubante di questa trasposizione di un premio Strega dopo le due deludenti versioni della Scuola Cattolica e del Colibrì, ma due sono gli elementi che fanno delle Otto Montagne un gran bel film meritevoli del Premio della Giuria all'ultimo Festival di Cannes: la doppia coppia registi e protagonisti. Probabilmente la scelta di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, due registi non italiani, due registi che già con Alabama Monroe avevano sfiorato l'oscar raccontando sentimenti profondi ma senza retorica si è rivelata azzeccata perché hanno fatto proprio il libro e lo hanno trasformato in un film dove senti la montagna da dentro. Avverti l'anima di chi scala quelle vette, di chi cerca di attraversare queii ghiacciai ma non ci riesce. La scelta dei 4:3 associata alla voce fuori campo ci fa sentire più coinvolti nel ricordo di Pietro, quasi come quelle fotografie che ogni tanto hai bisogno di guardare per non perdere la memoria di quella che è stata la tua vita, accompagnata dalla colonna sonora di Daniel Norgren che rende ancora più struggente questo ricordo.

E poi ci sono loro Luca Marinelli (Pietro) e Alessandro Borghi (Bruno), amici veri nella vita. Attori che hanno messo a disposizione la loro complicità e il loro gioco di sguardi a disposizione della storia Attori che si sono spogliati della loro romanità per trasformarsi totalmente al territorio. E sinceramente il montanaro Alessandro Borghi negli ultimi 20 minuti del film è di una bravura straordinaria nel suo processo finale di rendersi tutt'uno col Monte Sumeru che è dentro di sé. Nonostante le quasi due ore e mezza di film, Le otto montagne non annoiano ma emozionano e riesce ad appassionarti anche dietro al dolore che si cela nei lunghissimi silenzi.

Voto 7,5

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