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Hinterland

Regia di Stefan Ruzowitzky vedi scheda film

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La recensione su Hinterland

di lostraniero
8 stelle

Fritz Lang, Georg Trakl, Oskar Kokoschka?... Un po' tutti e tre e nessuno dei tre, a ben vedere, ma un film che ha stupito a Locarno (proiettare un trip del genere su uno schermo enorme, moltiplica l’incanto scenografico; su medio e piccolo schermo, invece, perde qualcosa), e che ha dalla sua delle buone intuizioni, un ritmo che tiene botta e qualche frecciatina. E poi perché fare a meno di vedere un’opera che sta precisamente a metà strada tra “Sin City” ed “Il gabinetto del dottor Caligari”, quando tanta robaccia in CGI ci viene propinata senza un pizzico d’anima alitante?

Il soldato imperiale Peter Perg torna a Vienna nel 1920, dopo la fine del primo conflitto mondiale e due anni – terribili, inenarrabili –, in un campo di prigionia russo. Quello che trova è un mondo sconosciuto, totalmente diverso da ciò che aveva lasciato nel 1914. Non c’è più il Kaiser ma la Repubblica, la bandiera è cambiata, la città più puritana della Mitteleuropa è diventata la capitale del vizio (qualcosa che ricorda la Berlino di “Babylon Berlin”, per chi ha visto la splendida serie tv, e la presenza dell’attrice Liv Lisa Fries forse non è un caso), nei club non si balla più il valzer ma il dixieland, sua moglie e la figlioletta Anne sono fuggite vie in uno sperduto villaggio di campagna, lui non ha più un lavoro e, quid della storia, un misterioso serial killer sta massacrando orrendamente i componenti di un comitato di guerra di cui lui stesso faceva parte.

Non dico altro per evitare spoiler, ma questo prodotto di Stefan Ruzowitzky ha il suo perché, incuriosisce e diverte con le sue inquadrature sghembe ed i suoi paesaggi urbani ‘alla Herman Warm’ (lo spazio scenico diventa visione, attraverso di esso il regista, e l’attore con costui, e lo spettatore con tutti quanti costoro, non guarda ma ‘vede’; nulla è verosimigliante, poco obbedisce alle regole della prospettiva ma tutto recita con i protagonisti, interpretandone le angosce, i tabù, le ambiguità più profonde). Certo, il super-calligrafismo, il mega-colore, l'iper-funzione alla fine risulteranno per molti di un comico involontario e stancante, ma chi supererà indenne le prime tappe del gioco non rimpiangerà – e questo ve l’assicuro – di aver speso un po’ della preziosa vita per quell’ora e quaranta di minutaggio.

Come spaparanzavano nella famosa città/mobilificio, ora divenuta non-luogo regno di erbacce e topi bramosi, “Provare per credere!”...

 

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