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La spiata

Regia di Jacques Doniol-Valcroze vedi scheda film

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La recensione su La spiata

di millertropico
6 stelle

La spiata è stato girato nel 1962 da Jacques Doniol-Valcroze (uno dei vecchi redattori-capo dei Cahiers du Cinéma) ed è la sua terza e forse più significativa prova (viene dopo L'eau à la bouche in italiano Le gattine, e Le coeur battant che credo non sia mai arrivato sui nostri schermi). Indubbiamento il film è ben raccontato ed ha una invidiabile precisione formale, ma ha forse anche il difetto (se così si può chiamare) di voler essere troppo "chiaro" nel senso che pretende di far quadrare il cerchio a tutti i costi,nonostante la notevole quantità di tematiche messa a fuoco, e pecca allora proprio per questa ragione, di eccessivo didascalismo che cozza con la pretesa ricercatezza stilistica della messa in scena (vedi il passaggio in cui Francois Brion viene ripresa con accanto un giornale che annuncia l'omicidio che "perderà" suo marito mentre lei più frivolamente legge Bazaar),. I flash-backs che si susseguono con una certa frequenza, visto che proprio il passato ha un peso fondamentale nella storia, sono comunque usati in modo quanto mai funzionale. L'opera è ricca di suggerinenti linguistici direttamente mutuati dalla corrente della Nouvelle Vague, ma l'eccessiva astrazione dei personaggi e dei teoremi, raffredda alquanto la materia, e rende di conseguenza appena tiepido uno spettacolo che poteva essere iunvece - in altra mano -  "incandescente". Nonostante le scene d'azione infatti la narrazione risulta raggelata in una monotonia certamente precisa ed accurata, ma che finisce per creare un certo disinteresse nello spettatore molto vicina alla noia.

La trama

Il protagonista è Michel (interpretato da Maurice Ronet) produttore cinematografico e uomo di sinistra, che durante la Resistenza si è macchiato della colpa di non aver resistito alle torture e di aver rivelato ai nazisti i nomi dei suoi compagni, salvandosi così la vita. Ora, perfettamente inserito nella società parigina, sposato con una bellissima e frivola donna (Francoise Brion, appunto), figlia di un ministro, si trova ad essere coinvolto suo malgrado in un delitto politico che nuovamente lo pone di fronte all'alternativa di venti anni prima: confessare oppure tacere. Soltanto che ora si tratta di proteggere un assassinio che non è più legale e di tacere non con un nazista, ma con onesto commissario di polizia (Sacha Pitoeff). Il dilemma è pesante: perchè proteggere i colpevoli vista per altro la sua debolezza ideologica?  Perchè essere reticente con una polizia che sembra per altro saperne molto di più di quanto Michel è tentato di nascondere?. L'atteggiamento dell'uomo è dunque unicamente e dichiaratamente di tipo moralistico. Totalmente astratto dalla realtà, l'uomo sembra infatti consumarsi nella negazione proprio per ciò che è stato costretto a confessare tanti anni prima. Ma il delitto che una giovane ballerina e il suo fidanzato hanno commesso, è forse anche un qualcosa che si presenta a Michel come la provvidenziale ancora di salvezza per un possibile,, se pur tardivo riscatto. Il dilemma è dunque pesante e il finale è abbastanza cruento, ma non conviere rivelarlo, poichè siamo in ogni caso di fronte a un'opera che ha i suoi risvolti fra il giallo e il noir, ed è quindi opportuno che non fornire troppe anticipazioni.

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