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S.O.S. Summer of Sam. Panico a New York

Regia di Spike Lee vedi scheda film

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La recensione su S.O.S. Summer of Sam. Panico a New York

di LorCio
8 stelle

Interessante il titolo: è sì un acronimo, ma è anche una manifestazione di aiuto. È come se il convulso coro delle voci nere (se non altre perché mai state bianche, forse solo nella culla – nessun riferimento razziale) urlasse la propria dannazione e la propria impotenza di fronte al fluire scatenato di sangue molesto. Fa caldo, e si vede: corpi sudati come suini al massacro, afa palpabile anche solo attraverso la pellicola, estremità che si confonde con estremismo in un miscuglio destabilizzante. In questo film beffardamente duro che non vuole scuotere più di tanto (si gioca molto sull’effetto più che sul significato morale della storia, ed è una scelta anche abbastanza pertinente se si considera il fatto che sostanzialmente nasce come film d’autore d’intrattenimento), Spike Lee trova una sua cifra stilistica in cui sintetizza l’intero percorso della propria carriera: in qualche modo ci si può trovare di tutto, e forse S.O.S. non è neppure identificabile in un genere particolare. Noir metropolitano? Affresco narrativo microstorico? Thriller maniaco? Dramma a più voci? Grottesco tragico? Sì, tutto questo e anche altro.

 

Non che etichettare un film sia fondamentale, ma è quanto mai curioso come Lee sia riuscito a proporre una corale teatralmente così efficace, pressoché lineare (nonostante lo strambo finale e qualche minuto di troppo qua e là) piena zeppa di caratteri più che di personaggi (il mandrillo paranoico, la moglie tradita e confusa, il disadattato bisessuale rockettaro, il mafioso di quartiere, il poliziotto redento, la siciliana trapiantata…) che partecipano alla tragedia in modo quasi pop. Non mancano le sfumature, diciamo così, più sensibilmente intime (specie nel disegno del tormentato rapporto tra John Leguizamo e Mira Sorvino), però ciò che colpisce è proprio l’approccio da romanzo pop (ma anche rock, come si evince dalla spettacolare colonna sonora che spazia dai Talking Heads agli ABBA passando per Whoo) che la messinscena di Lee suggerisce, sottolineata anche dall’uso di una fotografia più intensa – e oserei dire cruda – per quanto riguarda le scene più intrinsecamente violente. Cronaca di mille personaggi in cerca d’autore, di storie sbagliate consumate ai bordi delle strade, di sangue e di sesso, di sballo e di sogni infranti. Il quartetto principale fa assaporare bene il gusto amaro della perdita dell’innocenza e del dubbio iperbolico. Titoli di coda sublimi.

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