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Numbers

Regia di Oleg Sentsov, Akhtem Seitablaiev vedi scheda film

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La recensione su Numbers

di OGM
7 stelle

Dalla prigionia dell'individuo a quella, globale, dell'umanità: la distopia è tra noi. Qualcuno la sta subendo più acutamente degli altri, sulla propria pelle. Ma la tragedia incombe sulla testa di tutti.

Da 1 a 10, sulla terra. Finché. Un giorno, non arriva il numero 11. Lo zero, invece, è destinato a rimanere lassù, sospeso sopra il mondo, da dove nessuno sente la sua voce, nemmeno quando urla attraverso il megafono. Questo film è stato diretto dalla prigionia. Il suo regista, autore del testo teatrale da cui il film è stato tratto, scriveva lettere dal carcere, dove era rinchiuso in seguito ai recenti disordini in Crimea. In quelle righe dava istruzioni tecniche, certo, ma forse indicava anche il posto giusto in cui porre l’accento: sui passaggi in cui appare più ardente il desiderio di ritrovare la libertà perduta. In questa storia, collocata in un ipotetico futuro privo di passato, si direbbe che questa non sia mai esistita: il libro della legge, che è stato dato da Dio, contiene solo i dettagli della procedura che governa rigorosamente ogni momento del giorno, nella vita di un gruppo di donne e uomini senza nome, distinti in pari e dispari. Impossibile concepire un universo diverso da quello che è delimitato da questo strano luogo, un misto di stadio, di teatro, di penitenziario, in cui ognuno interpreta la parte che gli è assegnata, di cui fanno parte l’obbedienza verso il potere e la competizione contro i propri simili. L’ambiente è disadorno fino allo squallore, contrariamente allo spazio occupato dal personaggio celeste che tutto vede: una camera ricolma di arredi e suppellettili, antiquati e polverosi, ma  recanti in sé evidenti segni di ricchezza e comodità. Solo per lui la scena è un museo: una teca di ricordi di un’eternità mitologica di cui non si conosce più l’origine, e per questo sembra sia sempre esistita. Per tutti gli altri vi sono solo piste, tavoli da ping-pong, gradinate, recinti, tra i quali individui senza identità si aggirano in tute da ginnastica con i pettorali tipici dei partecipanti ad una corsa. Le giornate sono scandite dal quadrante di una grande orologio digitale: ancora cifre, geometricamente stilizzate, ulteriore manifestazione di un’essenzialità senz’anima. Le regole mantengono l’ordine, precludono la strada all’iniziativa e all’immaginazione, perché non sussistono vie al di fuori dei consueti percorsi obbligati. In questi è ingabbiato, secondo un rigidissimo calendario, anche l’amore fisico e naturale, ridotto a sua volta ad un rituale collettivo, affidato ad un’organizzazione centralizzata. Al tutto presiede forse la politica, forse la religione, forse un indefinito mix di entrambe, che, in ogni caso, risulta del tutto svuotato di senso e di respiro umano, di motivazioni ed obiettivi. Il dramma si sviluppa come una sterile recita del già accaduto, di cui si è dimenticato lo spirito, inizialmente innovatore, magari rivoluzionario, rimasto impigliato negli steccati eretti dai conflitti sociali a cui non è riuscito a porre rimedio. Si è così imposta un’uguaglianza totalizzante, che equivale ad uniformità inerte e ripetitiva, priva di qualunque elemento di sorpresa. Da un’ancestrale tradizione emergono, ad un certo punto, le illusorie salvezze derivanti dal sacrificio e dalla rivelazione profetica, dal miracolo incarnato, il quale, tuttavia, non riesce a valicare il confine della favola popolare. Il messia è un enfant prodige, l’eroe del villaggio, un incantatore la cui unica magia risiede nelle parole: quelle dei proclami con cui arringa la folla, e quelle delle chiacchiere che lo circondano.  Inconsistenti sono, insomma, speranza e sottomissione, è facile sfatarle, dalla rozza prospettiva terrestre. Il suolo chiama a sé ogni cosa. La caduta prepara una nuova forma di oppressione. Perché, nella visione di Oleg Sentsov, banalmente meccanica, come la forza di gravità, è la fine di ogni utopia.

 

scena

Numbers (2020): scena

 

 

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