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L'uomo del labirinto

Regia di Donato Carrisi vedi scheda film

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Andreotti_Ciro

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La recensione su L'uomo del labirinto

di Andreotti_Ciro
6 stelle

La ventisettenne Samantha Andretti si risveglia in una camera d’ospedale alla presenza del dottor Green, un profiler che assieme a lei vuole scoprire chi l’abbia rapita quindici anni prima. Allo stesso caso lavora anche Bruno Genko, detective privato esperto in recupero crediti, al quale quindici anni prima si rivolsero i membri della famiglia Andretti alla ricerca di un aiuto per ritrovare la ragazza.

 

L’ultima pellicola diretta da Donato Carrisi, la seconda tratta dai suoi libri e ricalcata esattamente sulle pagine del romanzo omonimo datato 2017, c’immerge nuovamente in un ‘non luogo’ esaltato dalla presenza di nomi anglofoni, ma con ambientazioni di casa nostra, in perfetto bilico fra i fumetti di Frank Miller e un paesaggio metropolitano simile alla Gotham City de Il cavaliere oscuro. Una città nella quale una perenne oscurità e fondali color pastello danno alla pellicola le sembianze di un quadro a metà fra lo stile impressionista e il mondo dei fumetti, con la campagna che s’immerge con estrema facilità fra le pieghe di palazzi avvolti in un caldo opprimente che non vuol dare la minima tregua ai suoi abitanti e fra i quali si muove Bruno Genko, un detective privato arrivato al capolinea e con una spada di Damocle che lo sovrasta che viene descritta come si trattasse di una barzelletta – “ho due mesi di vita e lo so da due mesi” – ad impersonarlo nuovamente, come nella precedente pellicola di Carrisi, Toni Servillo che questa volta gioca però nella squadra dei buoni, o quasi, e che duetta con la solita maestria con Dustin Hoffman, nel ruolo di un profiler specializzato nell’esplorazione della mente delle vittime, ovvero il solo luogo dove un maniaco non possa nascondersi. Hoffman, per cui Carrisi ha pensato e scritto il personaggio del dottor Green, torna sulle scene quasi a sorpresa donando il suo volto rassicurante e la sua capacità mimetica a un uomo calmo e confortante al cospetto di una sopravvissuta - Valentina Bellè, che come un’abile tennista rimanda ogni palla al suo interlocutore – prevedibilmente agitata e vittima di allucinazioni.

 

Un giallo minimalista dove al piano psicologico, dato da una stanza spoglia in cui gli scambi di battute si susseguono con continui colpi di scena, si alterna quello maggiormente fisico, in cui le indagini di un detective degno di Philippe Marlowe e che per tutta la vita ha tirato a campare trovano il loro senso compiuto in un ultimo afflato di dignità. Se con La ragazza della nebbia Carrisi aveva dimostrato di sapersi muovere su entrambi i piani narrativi, cinematografico e letterario, ancora una volta riesce ad appropriarsi della settima arte per replicare su celluloide uno dei suoi successi. Uniche pecche nuovamente l’eccesso di colpi di scena troppo ridondanti e il desiderio narcisista di autocelebrarsi.

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