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L'insulto

Regia di Ziad Doueiri vedi scheda film

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La recensione su L'insulto

di leporello
5 stelle

   Molto acclamato film e titolare di numerosi riconoscimenti interazionali, “L’Insulto” è invece a mio parere un film piuttosto furbetto, un po’ ruffiano, al limite del bugiardello.


   Tutto comincia bene, anzi (alla luce delle aspettative) benissimo: Tony e Yasser si incontrano e si scontrano nella maniera migliore, la loro micro guerra si accende alla luce di un piccolo insulto che fischia improvviso nelle strade di Beirut come un proiettile tirato a Sarajevo contro il re (digressione non priva di senso: chissà qual è davvero questo insulto? Il film è naturalmente recitato in arabo e il doppiaggio italiano opta per: “Sei un Cane!”;  i sottotitoli italiani ed inglesi, invece, rendono rispettivamente un “Brutto Stronzo!” il primo e un “Fucking Prick!”, quindi circa “Razza di Coglione!”,  il secondo... Chissà qual è il termine arabo originale, e che cosa significa... ma in quale lingua poi? Oh, povero me! Fine della digressione).

   Ok, bene: Tony e Yasser, i loro rispettivi contesti familiari e professionali, le posizioni personali dettati dal carattere, il contesto sociale e politico (ho sempre avuto in testa una gran confusione su tutta la questione medio orientale, ammetto i miei limiti, ma non ero a conoscenza del fatto che il Libano sia uno stato sotto sequestro o sotto ricatto rispetto alla comunità palestinese, alla quale il film attribuirebbe poteri che arrivino ad influenzare giudici e ministri...), tutto, o quasi tutto, bene.


   Poi però il film cambia pelle. Entrati in campo gli avvocati delle due parti, ecco che il film si ammala di PerryMasonite e i protagonisti diventano quei due: gli avvocati. Tony e Yasser si eclissano lentamente, quella proiezione dal micro al macro conflitto che si stava proponendo nella prima parte, quella trasposizione dal personale al sociale che, col pretesto di un intraducibile insulto in arabo, è tutto ciò che la critica pressoché unanime ha voluto conservare del film in via esclusiva come suo unico peso specifico,  viene poi subdolamente sacrificata sul commercialissimo altare di una sceneggiatura che diventa improvvisamente da aula di “Forum”. E male mi sento quando, da “Forum”, la location diventa palesemente quella di un pomeriggio su Canale 5, e  il plot si vende alla ben finta, plastificata introduzione progressiva di elementi narrativi fondamentali, tenuti Barbara Dursamente nascosti, di una trama che si voleva (e nei fatti si è effettivamente voluto, considerata l’erogazione di Critiche e di Allori Festivalieri) minimalista, intimista, privata, volutamente scarna come scarno è il senso di ogni pubblica guerra, e non ridondante di sciocchi colpi di teatro che snaturano tutto ciò che veniva proposto all’inizio.   E peggio mi sento quando poi, disincantato ormai a causa del procedere degli eventi, mi accorgo che il vieppiù ordinario modo di girare di Doueri (non per niente operatore di camera nell’unico brutto film di Tarantino “Jackie Brown”) è fatto tutto di pavidi mezzi giri patinati che piombano sul primo piano, tutti pulitini, bellini, studiati, computerizzati, geometricamente approvati, logici, irreprensibili, sicuri come è sicuro un assegno di Bill Gates (almeno finché non si dovesse arrestare Bill Gates per bancarotta, magari a Beirut, hai visto mai...).


   Un finale oltremodo discutibile. Se non che, personalmente, in casi come questo, alla discussione preferisco l’oblio.

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