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Vincitori e vinti

Regia di Stanley Kramer vedi scheda film

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La recensione su Vincitori e vinti

di spopola
8 stelle

Il risultato più genuino e convincente raggiunto da un regista di specchiata fede democratica, vero paladino della giustizia e della verità. Quasi tre ore ininterrotte di filmati, arringhe, deposizioni testimoniali, controinterrogatori, che rendono palpabile tutto l’orrore dell’Olocausto, la più grande tragedia del secolo scorso.

Mi capita sovente di imbattermi casualmente (è accaduto anche recentemente) in uno degli abbastanza frequenti passaggi televisivi (magari nelle ore pomeridiane o a tarda notte, che sono poi i momenti nei quali più frequentemente mi succede di pigiare il tasto del telecomando per pigrizia o noia o per “contenere” le disastrose conseguenze di una insonnia sempre più dilagante) di questa mitica pellicola che continua ad esercitare immutato il suo fascino e la sua attrazione su di me, fino ad avvilupparmi nei suoi vortici, costringendomi così a restare, nolente o volente, attaccato al teleschermo fino alla fine (o fino a quando gli impegni precedentemente assunti mi consentono di farlo, nonostante la mia idiosincrasia verso la degenerazione del “mezzo”, soprattutto quando si tratta di films ad alta densità drammatica, per quelle insopportabili interruzioni pubblicitarie che sempre “bruciano l’emozione” disintegrando il pathos). Probabilmente, anche se “a spizzichi e bocconi”, questo titolo rientra di diritto fra quelli che ho visionato un numero infinito di volte, senza mai stancarmi o sentirmi saturo, ma anzi – devo ammetterlo – ogni volta con identico e rinnovato – addirittura crescente - coinvolgimento, nonostante gli anni e qualche “piccola ruga” che si annida fra le pieghe, il che conferma la mia assoluta adesione a questa modalità “civile” di fare cinema, che un indomito “paladino della giustizia e della verità”, un democratico convinto e di specchiata fede quale era Stanley Kramer (regista e produttore) ha portato avanti con insolito impegno e dedizione, praticamente per tutta la sua carriera, rischiando in proprio sia politicamente che economicamente (e questo “Vincitori e Vinti” rappresenta indubbiamente il risultato più genuino e sentito da lui raggiunto). Per altro la tematica che qualcuno potrebbe oggi considerare a torto datata e anacronistica, io la trovo di una attualità sconvolgente, merito di una sceneggiatura implacabile e documentata (di Abby Mann, direttamente mutuata da un suo copione teatrale) perfetta nel “dosare” e spettacolarizzare i frequentissimi colpi di scena che si susseguono incalzanti e tragicamente disturbanti, fra testimonianze agghiaccianti e spezzoni ripresi da filmati autentici che documentano inappellabilmente la dimensione della tragedia rappresentata e definiscono la necessaria evidenziazione delle responsabilità personali e non, dei numerosi personaggi in causa, a vario livello “contumaci” anche quando non direttamente impegnati nelle atrocità dentro i campi di sterminio. Uno script “sensibile “ e particolareggiato che riesce a universalizzare i quesiti anche morali messi in discussione, a partire dall’inammissibile opportunismo omissivo, rendendoli elementi significativi di discussione e di scontro (anche ideologico), ben al di là di quella oramai acclarata e riconosciuta tragedia di dimensioni bibliche”, fino a proiettarli cupamente, ancor più deprecabili e inquietanti, sui fatti (e le circostanze) che continuano a ripetersi immutati in troppe parti del mondo, anche se magari in proporzioni numeriche meno devastanti, ma che coinvolgono persino le civiltà più avanzate, con inaspettati colpi di coda che pensavamo la storia avrebbe dovuto esorcizzare per sempre. Indubbiamente si potrebbe evidenziare un qualche eccesso alla retorica (quasi sempre avvertibile nei risultati complessivi di un regista che potremmo definire un artigiano caparbio che piega il suo cinema a una dimensione sistematica di lotta e di denuncia di “anomalie” e storture che diventa il prioritario bisogno anche rispetto alla forma, in nome di una verità “ugualitaria” e libertaria, al fine di stigmatizzare storture ed omissioni che la decenza non dovrebbe ammettere) ma sicuramente qui, di fronte a questo “affresco processuale” a tutto tondo (un dibattimento in aula di oltre tre ore con pochissime “evasioni” esterne”) che rappresenta una “requisitoria” appassionata e senza il tentennamento del compromesso accomodativo, ma anche un “desiderio profondo” di cercare di capire (ma non di giustificare), che non esita ad utilizzare la temeraria amplificazione melodrammatica per dare il giusto peso al senso opprimente delle ingiustizie “illegali” e inumane praticate (con conseguente inappellabile “condanna del male”), questo elemento, tutt’altro che un difetto, diventa addirittura la forza autentica che sorregge implacabilmente tutta l’impalcatura anche drammaturgica con una “scansione” inarrestabile e una proprietà di linguaggio “popolarmente esplicativo”, che ti tiene inchiodato alla poltrona senza un attimo di tregua e senza alcuna caduta di tensione. Kramer infatti è riuscito magnificamente nell’intento, rendendo appassionanti e senza “cedimenti”, le quasi tre ore ininterrotte di filmati, arringhe, deposizioni testimoniali, controinterrogatori, che restituiscono palpabile tutta la dimensione traumatica della tragedia dell’Olocasto, fornendo un contributo imprescindibile alla “comprensione” divulgativa di quella che possiamo considerare ancora oggi – fra le tante aberrazioni anche successive - la più grande e anomala tragedia del secolo scorso. Lo fa presentando il ritratto esaustivo - anche quando è sintetizzato in folgoranti apparizioni di poche sequenze - di una serie di figure che rimangono indelebilmente impresse nella memoria, fra le quali spiccano indiscutibilmente quelle di due testimoni basilari: il patetico, sconvolto (e sconvolgente) panettiere Rudolf Peterson e l’appassita e dolorante Irene Hoffman, ferita e calunniata, quasi messa alla berlina, che l’ abilissima qualità oratoria di una difesa capziosamente cinica, cerca di mettere alle corde anche riuscendoci, fregandosene del dolore devastante che determina la negazione della autenticità di quegli inappellabili accadimenti rievocati con tanta e intensa partecipazione. Ma la girandola di personaggi che volteggia intorno, sullo sfondo inquietante della crisi di Berlino per il confronto-scontro fra i paesi occidentali e l’Urss proprio in quegli anni all’apice della problematicità “contraddittoria” che fa da cornice a quello che sarà ricordato come il “processo di Norimberga”, è ancora più vasta e articolata, e va dalla invasata e rigida “convinzione” di devozione patriottica a un’idea che non può e non deve essere messa in discussione qualunque cosa accada, di Frau Bethold, al “nobilmente tronfio” ritratto che ci viene fornito dell’ex ministro della giustizia Jannings dai tardivi trasalimenti di una coscienza troppo a lungo tenuta a tacere che diventa in fondo anche dibattito dialettico; dall’implacabile e punitivo pubblico ministero che sciorina nefandezze assolute evidenziandole attraverso la proiezione di filmati che non consentono attenuanti, né permettono consolatorie “prese di distanza”, alla formidabile figura del giudice Haywort che ascolta, approfondisce, discute, analizza e interroga con rigore e pazienza certosina, ponendosi dubbi e pretendendo risposte inoppugnabili per venire a capo delle proprie titubanze, così da arrivare poi alla convinzione “certa” dell’equità del giudizio al momento della sentenza che lo porterà a considerare tutti colpevoli, con un inappellabile verdetto di condanna, nonostante le pressioni esterne per indurlo a una impossibile clemenza, anche da parte delle potenze occupanti. Dell’ingrato ma “pienamente condiviso” compito della difesa, una determinazione aprioristica che suscita autentica avversione nella sua caparbia determinazione a considerare impossibili attenuanti assolutorie in contrapposizione alle tragiche verità rappresentate, ho già accennato, ma ogni piccolo tassello, anche minimale, è qui importante per definire tutti i dettagli e le sfaccettature di quel deragliamento complessivo che permise l’acquiescente accettazione di quell’obbrobrio, così da rendere rilevanti anche figure di contorno che a volte servono meglio di altre a illustrare “l’esistenza” di un’idea fondante anche quando è diventato difficile e impopolare ammetterla o sostenerla. Il merito per il potente risultato complessivo raggiunto, deve essere ascritto anche alla magistrale interpretazione di tutti i prestigiosi nomi chiamati ad assolvere il compito della rappresentazione, un cast “all stars” magnifico e fiammeggiante con al centro l’ottimo giudice “indagatore” di Spencer Tracy, qui in uno dei ruoli della parte terminale della sua formidabile carriera, fra i più indovinati e sentiti, al quale presta anima e cuore con prepotente ma sommessa adesione. Attorno a lui, il monolitico Burt Lancaster nei panni dell’ex ministro della giustizia Ernest Iannings (indimenticabile il confronto finale con Tracy); Montgomery Clift, stupefacente nel rappresentare il tormento interiore, la disperazione e l’insostenibile disorientamento, dell’ebreo russo Peterson, sterilizzato dai nazisti perché appartenente a una famiglia di fede comunista, un crimine inaudito che la difesa vorrebbe invece minimizzare attribuendolo alla “necessità di difendere l’integrità della razza” ed impedire la procreazione a una persona ritenuta portatrice di un handicap mentale. E ancora, l’implacabile accusatore di Richard Widmark, l’odiosamente sprezzante difensore di Maximilian Schell, l’aristocratica e volitiva signora Bertholt, la vedova di un ufficiale prussiano resa con sorprendente introspezione interpretativa da Marlene Dietrich e la sofferente disperazione di Judy Garland quale Irene Hoffman. Forse mai come in questo caso, sarebbe stato giustificato un premio cumulativo a tutti gli interpreti, così complementari fra loro e assolutamente insostituibili parti di un affresco complessivo. Nonostante le numerose candidature però,il riconoscimento toccò soltanto a Maximilian Schell oltre che all’ingegnoso script di Mann, ma spesso ad Hollywood accadono di questo storture…e dobbiamo accontentarci (o farcene una ragione)!!!.

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