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Novecento atto I

Regia di Bernardo Bertolucci vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Novecento atto I

di ethan
10 stelle

'Novecento atto I' si apre, sulle sublimi note di un Ennio Morricone particolarmente ispirato, con un'inquadratura stretta di un contadino che, allargandosi pian piano, in un lentissimo carrello indietro, rivela ai suoi lati un altro lavoratore e una donna con in grembo un bambino e dietro di loro una moltitudine indistinta di contadini: è una riproduzione de Il quarto stato, opera del pittore piemontese Pellizza da Volpedo, realizzato nel 1901, anno in cui, a livello cronologico, le vicende del film iniziano: dopo una dissolvenza in nero, in campo lungo, tra le campagne che di lì a poco scopriremo essere della pianura emiliana (appare la scritta 25 aprile 1945 Giorno della liberazione) l'azione è molto concitata, un partigiano viene falciato in un'imboscata, alcuni uomini distribuiscono tra loro delle armi e un gruppo di donne insegue con delle forche un uomo, Attila (Donald Sutherland) e una donna, Regina (Laura Betti), che stanno tentando di scappare in bicicletta.

Con uno stacco brusco si passa al 1901 e nella medesima campagna un buffo individuo (Giacomo Rizzo), che alterna l'uso di dialetto e italiano, mentre sta tornando alla proprietà dove fa il servo, annuncia la morte di Giuseppe Verdi ("Verdi l'è mort", cioè "E' morto Verdi"): nel cascinale invece si vivono attimi di trepida attesa, tanto tra i Berlinghieri, possidenti terrieri, il cui capostipite, l'anziano Alfredo (Burt Lancaster) sta per diventare nonno e il nipote viene chiamato anch'egli Alfredo (Paolo Pavesi da bambino e Robert De Niro da adulto) quanto tra i Dalcò, braccianti al soldo dei proprietari, capeggiati dal fiero Leo (Sterling Hayden), la cui figlia Rosina (Maria Monti) sta per dargli un nipote, che verrà chiamato Olmo (Roberto Maccanti da bambino e Gerard Depardieu da adulto). Da qui in poi, le vicende intime e personali delle due famiglie si succederanno sullo sfondo dei grandi eventi della prima metà del cosiddetto secolo breve, con un breve accenno alla Grande Guerra, per passare alle prime lotte proletarie, l'introduzione dei macchinari nei campi, fino all'avvento del Fascismo.

Bernardo Bertolucci, gettando anima e corpo in questo ambizioso progetto, partito da un buget di sei milioni di dollari, per poi sforare a dieci e vedere coinvolte tre compagnie di produzione, introducendo il suo primo kolossal con la riproduzione del celebre dipinto del Pellizza, pittore attento ai temi sociali, fa un'autentica dichiarazione d'intenti, dando al film una palese e voluta lettura classista della Storia da un lato e soprattutto parteggiando per gli ultimi, quelli che stanno al gradino più basso della società dell'epoca, i contadini, 'ricchi' solamente delle proprie braccia dall'altro, a costo di apparire fazioso e (s)cadere, specie nell'atto II, nel didascalismo.

L'autore parmense, con cui collaborano per l'articolata sceneggiatura il fratello Giuseppe e il montatore Franco 'Kim' Arcalli', dirige una grandiosa ed epica epopea contadina, in cui convivono i più svariati elementi: si va da una rievocazione del Neorealismo, grazie al magistrale utilizzo di attori non professionisti che interpretano quella miriade di piccoli, brevi, ma importanti ruoli per l'economia narrativa del racconto, al fianco di divi di respiro internazionale e grandi nomi del nostro cinema senza colpo ferire, al gusto per le sequenze documentarie, in cui si mostra la dura vita nei campi, fatta di sudore, stanchezza e tante ore di lavoro, ricompensate con paghe striminzite, all'utilizzo del dialetto da parte dei contadini, in contrapposizione alla parlata forbita ed aulica dei borghesi per passare alla retorica degli adepti al Fascismo, per giungere ad omaggiare persino il cinema degli albori, con la presenza della diva del muto Francesca Bertini, nella parte di suo Desolata, sorella del vecchio Afredo; i toni passano dal fiabesco-elegiaco di tutta la splendida parte che ha per protagonisti Alfredo e Olmo bambini, al dramma dei due patriarchi che sentono l'arrivo dei loro percorsi terreni, si torna a momenti scanzonati e divertiti con ancora Olmo e Alfredo ragazzi, alle prese con le loro prime avventure e i loro grandi amori, la combattiva Anita (Stefania Sandrelli) per il primo e l'aristocratica Ada (Dominique Sanda) per il secondo, con una svolta che culmina nella tragedia con le prime avvisaglie del Ventennio, che chiudono l'atto.

La macchina da presa di Bertolucci è un moto perpetuo, con continui e ariosi movimenti che circumnavigano lo splendido paesaggio emiliano, che all'inizio appare del tutto incontaminato sia da qualsiasi attrezzatura meccanizzata e ancor meno da pesticidi (l'unico 'diserbante' erano le mani dei contadini), dando vita in più di un'occasione, anche grazie allo strabiliante lavoro del mago delle luci Vittorio Storaro, a dei quadri viventi, con rimandi alla pittura di Van Gogh, de la Tour e Caravaggio in primo luogo, e all'uso in chiave simbolica dei colori, chiari nella prima parte per farsi sempre più scuri e cupi, di pari passo coll'evolversi in maniera negativa dei fatti.

La capacità di grande narratore di Bertolucci non viene mai meno è così la durata fluviale di questo primo atto, che tocca le due ore e tre quarti, passa senza colpo ferire, con un susseguirsi ininterrotto di vivide emozioni.

Un plauso al mastodontico (e irripetibile per un film italiano) cast, che si può suddividere a coppie: dagli anziani patriarchi, lontani per censo ma vicini per reciproca stima Alfredo e Leo, impersonati con vigore e classe dai rappresentanti della vecchia Hollywood Burt Lancaster e Sterling Hayden, ai giovani loro eredi, anch'essi divisi per nascita ma legati irrimediabilmente da una profonda e burrascosa amicizia, interpretati con tutti i tic da Actor's da De Niro e con naturalezza e fisicitò da Gerard Depardieu, le loro compagne, la militante e coraggiosa maestrina di Stefania Sandrelli e la tormentata Ada di Dominique Sanda, per finire, qui solo accennati la diabolica coppia, vera incarnazione del Male assoluto, il braccio armato del Fascismo, resa dalla sempre brava Laura Betti, specialista di ruoli da dark lady e un 'terribile' Donald Sutherland, talmente cattivo da spaventare se stesso, evitando di rivedersi sullo schermo in tale parte, per concludere con Giovanni e la moglie Eleonora, i genitori di Alfredo, debole e alla mercé del padre-padrone lui e evanescente lei, le cui sentite prove le dobbiamo a Romolo Valli e Anna Maria Gherardi.

'Novecento' è, tra le tante cose che rappresenta, un sentito e commosso omaggio a una civiltà, quella contadina, ormai sparita per sempre e, va da sé, un capolavoro, che risplende a nuova vita, grazie al recente restauro della Cineteca di Bologna.

Voto: 10.

 

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