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Red 2

Regia di Dean Parisot vedi scheda film

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La recensione su Red 2

di lorenzodg
6 stelle

Red 2” (id., 2013) è il primo (vero) lungometraggio del regista Dean Parisot.
   Non si può pretendere altro (o poco altro) in una serata (salutare) in una multisala cittadina (aperta) con un unico(um) programma e con rimescolamenti di pellicole (già date) e anteprima (non certo eclatante) di un secondo capitolo (nel numero). Che dire. Niente di nuovo sotto il cielo (serale) d’Agosto per un grande schermo a tutto tondo, un rigetto del caldo e un’euforia (calmante) condizionata dal gruppo presente. Spaurito e pronto a tutto (per divertirsi).
   Nella foga delle battute evidenti con sparatorie (poco) assortite, ecco che il film di… appare un ennesimo rimescolamento di situazioni a cui non mancano certamente una (giusta) ironia di fondo e  un sano condimento di invaghimenti (luoghi comuni). Tutto appare di genere ma con verve interessante e un ritmo per nulla da non considerare. Il gruppo nutrito di ‘fiamme’ attoriali tiene arma in pugno in qualsiasi situazione e con un ghigno comune da codifica interattiva per cast assortiti.
   Vedere Bruce Willis fare il funambolo (a fatica) tra recitazioni itineranti e mestieranti di (oltre) levatura intenerisce gli amanti del ‘divo’ e ripiega di norma le ali di prove non in grado di reggere il film da sole. E sì, la carta vincente (se così si può dire) è di un via vai di frasi in chiosa tra girovaghi e insegne festanti di ogni parte del pianeta (tra Pentagono, Londra, Mosca, Oriente, Parigi e … panoramiche varie) che dimensionano il film senza farlo espandere molto nel carisma interiore di ogni personaggio.
   Un ‘salvare il mondo’ come sempre quando si tratta di fare sul serio: con simili architettate storie difficilmente (impossibile si direbbe) il pianeta salta ma è da constatare, nonostante la miriade di pallottole sprecate lungo il percorso tra i continenti, che ogni micro realtà (rispetto alla globalizzazione ossessiva di ogni film del genere) riesce a mangiarsi qualsiasi pretesto narrativo (di finzione) anche se parte da un (ante)fatto di cui prenda la piega, in modo iperbolico, ogni intersezione con il potere e le sue stanze. Si tratta di andare a cercare un ‘lampo’ che può esplodere. Di capire l’antefatto distruttivo della guerra fredda.
    Reduci (e qualcuno posticipa la pensione) e fatalmente doppi (se non tripli) si marcano a vicenda per sfuggire a se stessi e rincorrere il timer di un nascondiglio e il tempo di bombe passate. C’è sempre un professore in questi casi: l’ideatore dell’inghippo che appena entra in scena il film (e la storia) sale di tono (quasi al quadrato). Un Anthony Hopkins (ultrasettantenne professore Edward Bailey e ridotto a fare l’ennesimo) ‘carcerato con mimica’, ‘falso e gigioneggiante’ che (non) trema allo scoppio e si porta con se la baraonda dei compagneros senza stile con un miscuglio vezzosamente disarmante. Ma disarmare e non abboccare (fermare l’imbroglio di una valigia vuota) non è per tutti. E neanche per la mente. O forse si pensa ad un ulteriore seguito di rediviva storia e di fredda (guerra) mai sopita e doma (neanche negli anfratti catacombali) del Cremlino (dove ‘nessuno osa cercare’ impossibile e lo stop del calendario bellico.
   Gli anni passano e si vedono nelle rughe (e negli ammacchi) dei vari partecipanti maschili. Un Willis in vena di riciclo (da “Armageddon” a “I mercenerari“) che non pensa mai di andare in pensione, un Malkovich (Marvin)che cerca (con grande mestiere) di essere credibile (negli sguardi e nelle smorfie verso la cinepresa -stile comiche che furono-)  ma si preferiva un attore non sempre in piena(issima) forma (in pellicole non epocali tipo “Essere John Malkovich“ e “Eragon“); mentre Byung-hun Lee si catapulta nel gruppone con il suo da fare e il riproporre l’oriente (Bruce Lee docet) con le arti marziali in auge (per la verità il contorno regge ma il gioco sembra eccessivo e risaputo). Intanto il gruppo femminile tiene a galla il piglio combattivo e virulento con una Hel Mirren (Victoria) sanguigna, decisa e, sicuramente, determinata (batte tutti ai punti per … molto ancora -vale un film come in “Hitchcock”-; una Mary-Louise Parker (Sarah) caratterizzata e salomonica, timida e testarda; una Catherine Zeta-Jones in vena di cambi ironici e proporre bagagli nuovi (o vecchi, triti e ritriti). Le forme di tutti (e degli altri) ci sono ma compartecipano troppo e il ‘surplus’ eccessivo limitano il sottofondo ridanciano da commedia che tiene il filo del film più del ritrovo degli amici, dei set giramondo e dello scoppio unico (‘mai visto niente di simile… è vero Sarah e Frank).
    L’impianto generale regge e calca i ritmi con affastellamenti di danze e risposte: le pause sono solo sparatorie (o quasi). L’invito al tranquillo modo di fare di Edward per cercare l’utile (per un buon finale) è solo scimmiottante per lo spettatore ma in questi modi senza contegno non fa per te il dispiego di lume intelligenza perché il copione prevede altro (senza pensare ad un nuovo capitolo). Sen za darci dentro e senza tirare fuori dal nulla il film va alla fine con il timer che va avanti, le battute di una certa valenza e una regia che (certamente) non regge la misura del (faraonico) cast per un nulla (e un topolino finale) da condensare in un secondo. Certo non siamo dalle parti di una sceneggiatura di ferro (stile David Mamet che ha ben altro da fare) o tirata via come non mai (nei pressi dei mercenari) ma non si può dire che l’impianto (mescolata) tra vari generi (e sui-generis per chi ci crede) è ben oliato e la storia soddisfacente da rimanere impressa. La musica di Alan Silvestri e il montaggio (per una giusta confezione) tengono il film nei cambi di ritmo, e di luogo cercando di sopperire ad una regia non certamente di rango (tutt’altro).

   Voto: 6.

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