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Buongiorno papà

Regia di Edoardo Leo vedi scheda film

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La recensione su Buongiorno papà

di nickoftime
4 stelle

Nel 2002 "About a boy" dei fratelli Paul e Chris Weitz rappresentò un punto di svolta nella carriera di Hugh Grant, costretto a confrontarsi con il ruolo di un adulto edonista e molto frivolo che in quel momento rispecchiava perfettamente l'immagine pubblica dell'attore. Nel film crisi e rinascita del protagonista erano provocate dall'assunzione di responsabilità nei confronti del ragazzino di cui in qualche modo era chiamato ad occuparsi. Con un meccanismo che ricalca, con le opportune varianti, quello del film americano, esce in Italia in gran numero di copie "Buongiorno papà" di Edoardo Leo, con Raul Bova in una parte alla Hugh Grant, riferimento artistico adatto alla bellezza impacciata ed ai modi raffinati dell'attore romano, che ne ha adottato in maniera esplicita le caratteristiche a partire da "Ti presento un amico" (2010) di Carlo Vanzina, per poi replicarle, più o meno consapevolmente, nelle commedie successive.
Nel film in questione Raul Bova è Andrea, quarantenne felicemente single che si divide tra il disimpegno sentimentale alimentato da conquiste mordi e fuggi, ed il successo di un lavoro che lo vede impegnato in un agenzia pubblicitaria. Un agenda fittissima in cui c'è spazio a malapena per Paolo, l'amico di sempre, con cui Andrea condivide appartamento e uscite serali. La bella vita rimane tale fino all'arrivo di Layla, la figlia che Andrea non sapeva di avere, e di cui farà conoscenza nel corso di una contrastata convivenza. La ragazzina ribelle ed irrequieta sarà il viatico per una presa di coscienza disastrosa ed al tempo stesso divertente.

Se "Buongiorno papà" è una commedia diretta da Leo, che si ritaglia un ruolo da spalla nei panni di Paolo, l'amico sfigato, non è da sottovalutare l'apporto in fase di scrittura di Massimiliano Bruno, artefice in veste di regista e sceneggiatore di alcuni dei titoli più in voga del cinema italiano, e qui riconoscibile nell'empatia ricercata attraverso la battuta fulminante che riguarda soprattutto personaggi di contorno: di Paolo impersonato dello stesso Leo, condizionato dagli strascichi di una relazione antica che ancora non riesce a superare, e con un peso maggiore per l'economia del film, di Enzo(Marco Giallini), ex rocchettaro affetto da un sonnanbulismo che si porta dietro reminiscenze e confronti musicali - quello improbabile tra i New Trolls ed i Rolling Stones emerge in maniera stravagante durante esilaranti interrogatori notturni, ma c'è spazio anche per Guccini ed i Kiss - che si affiancano alla parte più corposa del programma, costituito da un immaginario cinematografico che mischia alto e basso nella figura di Moretti, bonariamente sbeffeggiato prendendo spunto dal narcisismo consacrato nella battuta a proposito del "magnifico quarantenne", e con "Orizzonti di gloria" (1957) a fare da apripista ad un classico come "Ufficiale e Gentiluomo"; il film di Taylor Hackford citato più volte nel corso della vicenda è addirittura replicato nella scena in cui Andrea in versione Richard Gere, esce di scena con in braccio Lorenza (Nicole Grimaudo) la professoressa di Layla, poco interessata alle smancerie dell'intraprendente giovanotto. Un anima romantica che si affianca a quella prettamente comica ed un pò qualunquista a cui spetta come al solito la parte del leone. Un apparato di idee e di trovate che denuncia la natura nostalgica di un'operazione, completamente svincolata dall'attualità - a parte un accenno alla crisi economica presente nella mancanza di fondi che affligge la scuola di Layla - e rivolta ad un passato (quello degli anni 80) come sempre vagheggiato con pillole di saggezza da cioccolatino perugina. Costruito su un plot che riproduce l'incontro/scontro tra genitori e figli, da cui il film prende fintamente le distanze - nella sequenza in cui Andrea confessa al proprio capo il disagio di doversi occupare sempre delle solite storie - e che invece finisce per sposare senza alcun spirito critico, il film di Leo ha il pregio di una confezione di lusso, suggellata dalla luce calda e vitale di Arnaldo Catinari, e da un parterre d'attori, dal metrosexual di Raul Bova alla maschera sdrucita di Marco Giallini, naturalmente calati nella simpatia dei rispettivi tipi umani. Purtroppo per loro la regia non è altrettanto brillante, affidata a soluzioni di routine che si potrebbero riassumere in una delle scene clou del rapporto tra Andrea e Layla, quando la ragazzina dopo aver furiosamente litigato con il padre evita di tornare a casa, gettando Andrea nello sconforto più totale. Leo traduce l'ansia del genitore con una scena dominata dalla pioggia, elemento catartico per eccellenza, e col protagonista dapprima incollato alla finestra in attesa di un possibile ritorno, e poi rivolto a Paolo in una sorta di confessione resa emblematica dai iflessi dei lampi ad esternare il culmine dello scoramento interiore. E' in questa proposizione senza sorprese e di facile presa che le precedenti potenzialità si traducono in una medietà più vicina alla televisione che al cinema. Niente di male per un film che punta ad incassare, ma troppo poco per dare fiato alla commedia made in Italy.
(pubblicata su ondacinema.it)

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