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L'insostenibile leggerezza dell'essere

Regia di Philip Kaufman vedi scheda film

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La recensione su L'insostenibile leggerezza dell'essere

di LorCio
7 stelle

Da quello che è senza ombra di dubbio uno dei migliori romanzi del secondo Novecento (il primo volume dell’economica degli Adelphi), quell’Insostenibile leggerezza dell’essere (diventato modo di dire e espressione tipica di un certo parlato) che, nel bene o nel male, ha segnato i percorsi di molti di noi (è uno di quei romanzi che entrano quasi sempre di diritto nelle proprie biblioteche personali dei libri prediletti: poco interessa, a voi, che io l’abbia pazzamente amato ed incredibilmente divorato in pochissimi giorni nonostante la mole sia fisica che teorica), il passaggio sul grande schermo è innanzitutto un rischio.

 

Come trasporre in immagini una storia tutto sommato poco cinematografica, dalla narrazione colloquiale e filosofica al contempo, evitando sia la pedanteria della riproduzione pedissequa che la rivisitazione eccessiva di un testo sacro? Philip Kaufman si approccia al romanzo con rispetto (non si può stravolgere Kundera) ma anche con realismo (però l’impianto spesso troppo cerebrale di Kundera rischiava di essere trasposto in modo ridicolo: meglio evitare, allora) e sembra voler attualizzare in qualche modo i grandi adattamenti letterari alla David Lean (qualche eco alla Dottor Zivago c’è, specie nelle parti storico-politiche), pure nella chilometrica e densa durata che dilata intenzionalmente l’azione quasi per connotarla di elementi mitici o epici. In primo piano c’è naturalmente il triangolo amoroso che lega l’emblematico e libertino chirurgo Tomas (perfetto Daniel Day Lewis) alla pittrice Sabina (Lena Olin) e all’aspirante fotografa Tereza (Juliette Binoche): lui sposerà la seconda, nonostante continui a mantenere un rapporto con la prima, la quale dal canto suo si unisce al professore Franz.

 

Raccontare la trama sarebbe difficile, per quanto se vogliamo anche semplice (ma invece assolutamente complessa), con la rievocazione del sessantotto europeo, con l’apice della contaminazione tra Storia Ufficiale e storia privata raggiunto con la Primavera di Praga, probabilmente il punto più alto dell’intero film per armonia tra immagini di repertorio e messinscena. A conti fatti, però, il film non entusiasma, per quanto sia per certi versi corretto, diligente ed inattaccabile per limpidezza registica e linearità di scrittura: freddo, poi d’improvviso sensuale, e poi raggelato, e infine ancora intimissimo. Onore comunque a Kaufman e Jean-Claude Carrière che riescono a non mortificare un’opera magnifica.

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