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Shortbus

Regia di John Cameron Mitchell vedi scheda film

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La recensione su Shortbus

di giancarlo visitilli
8 stelle

Il porno-misticismo del regista texano, John Mitchell, colpisce ancora, a cinque anni di distanza dal bellissimo Hedwig.
Questa volta siamo trasportati nello “Shortbus” di New York, un singolare locale notturno, gestito dal travestito Justin Bond e frequentato da una serie di personaggi, tutti alla ricerca di nuove esperienze sessuali. Intorno al “bus” ruotano Sofia, sposata da tempo con Rob, una sessuologa che in tanti anni di matrimonio non ha mai provato completa soddisfazione durante i rapporti con il marito. Ma c’è anche la coppia gay, James e Jamie, che ha deciso di allargare i propri orizzonti sessuali e Severin, una ragazza sola e complessata, che si prostituisce con clienti masochisti.
Tutto è pretestuoso nel bellissimo film di Mitchell, tanto che la storia è il modo più insolito attraverso il quale il Cinema (quello con la “C” maiuscola) racconta l’America post-11 settembre, perciò si tratta di un’orgia metropolitana, in cui gli esseri umani, si aggrovigliano, ammalati dal terrore della solitudine. Tutti, adulti, giovani, anziani, sindaci, gay, eterosessuali, non chiedono altro, se non di essere accarezzati, penetrati nella loro anima, per poi essere tirati fuori e cominciare a vivere. Infatti Shortbus è soprattutto una struggente storia che fa riflettere sul bisogno dell’altro.
Nello “Shortbus” nulla è concesso all’immaginazione né dell’arte e della musica, tanto meno del sesso: anzi, è una palestra dell’esperienza umana diretta, in cui è possibile riconoscersi della stessa ‘stoffa’ di quell’anziano, a prescindere dal fatto che egli stesso sia stato il sindaco di New York. Questo film dimostra come si può parlare di sesso senza essere necessariamente sessuofobici, in quanto nel film il sesso è fatto, consumato, mostrato fino alla fine, ora nell’affollatissimo saloon notturno in questione, poi nelle case della New York stilizzata e cartoonesca, dalle mille luci ma anche dalle mille contraddizioni. Una delle cose maggiormente interessanti del film è che, sin dalla prima sequenza, ad osservare dal di fuori le luci, le ombre e il noir della Grande Mela sia la Statua della Libertà.
Rispetto alle tante discussioni e tomi noiosissimi di cui ancora oggi molti autori si pregiano di aver scritto, inerente l’11 settembre, mai nessun’altra prospettiva c’è sembrata più veritiera ed interessante come quella che, alla fine, viene fuori da questo film: l’arte, in tutte le sue forme, è l’unica risposta alle frustrazioni post 9-11. L’amore, ed in esso la sessualità, gli unici mezzi a disposizione per trasportare quell’unica parte positiva che ogni uomo porta e “trasporta” in sé: il contatto umano.
Giancarlo Visitilli

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