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I segreti di Brokeback Mountain

Regia di Ang Lee vedi scheda film

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La recensione su I segreti di Brokeback Mountain

di spopola
8 stelle

Un film disperato ed epico allo stesso tempo, che rivendica la necessità dell'accettazione di ogni diverso modo di intendere non solo l'amore, ma anche la vita attraverso l’analisi di un rapporto di coppia esclusivo e inarrestabile coniugato al maschile, vivisezionando normalità" e trasgressione, che in molte sequenze lascia davvero senza fiato.

Un appassionato, ruvido, coivonlgente film sui sentimenti e sull'amore di struggente impatto emotivo. Ang Lee (che credevo definitivamente smarrito nei vuoti meandri dei blockbuster holliwoodiani dopo Hulk) si riconferma invece a sorpresa uno dei migliori osservatori critici dell'America e degli americani, delle loro ossessioni e delle loro ottuse percezioni condizionatrici. Il regista non è nuovo a queste "imprese disperate": aveva già dimostrato le sue capacità introspettive, quasi entomologiche, con l'ingiustamente sottovalutato "Tempesta di ghiaccio", spietata fustigazione dei perbenismi, dei tabù, delle ipocrisie e del permissivismo borghese di una generazione e di una classe sociale ormai svuotata di ogni principio etico, sbandata e arrancante, tentando una analoga operazione dissacrante (meno "centrata" e coesa) con l'imperfetto e in parte deludente (anche se il mio giudizio rimane sospeso perchè ho visionato solo la copia massacrata e mutilata di oltre 20' passata in sala) "Cavalcando con il diavolo", con il quale comunque dimostrava di conoscere la genesi della storia americana in maniera ineccepibile e riusciva a darci una visione "esterna" dei conflitti secessionistici per molti versi inedita e disturbante. Adesso, grazie alla solida sceneggiatura ricavata dall'altrettanto splendido racconto di Annie Proulx, ritenta l'impresa, superando se stesso, grazie alla raggiunta maturità e a uno stile impeccabile e suadente che gli consente di realizzare e "regalarci" un film compatto, duro e perfetto in ogni dettaglio, disperato ed epico allo stesso tempo, che in molte sequenze lascia davvero senza fiato. Non un film furbescamente trasgressivo, come potrebbe far trasparire tra le pieghe l'ammiccante e spesso fuorviante campagna orchestrata dai media, ma anche l'impossibile titolo italiano (come al solito si è persa un'altra occasione riconfermandoci ridicolmente provinciali); non una pellicola che cavalca la pruderie scandalistica di un soggetto che mette in evidenza il dramma di una relazione "proibita" fra due cow boy gay nel reazionario Wyoming di fine novecento, percorrendone quasi tutta la seconda metà, ma un film che tratta temi più universali come quelli dell'ottusità contrapposta all'apertura e alla tolleranza, che rivendica la necessità dell'accettazione di ogni diverso modo di intendere, non solo l'amore, ma anche il mondo e la vita, che analizza i rapporti di coppia vivisezionando "normalità" e tradimento, routine consolidata e passione travolgente, esclusiva e inarrestabile dell'innamoramento viscerale e assoluto, tutti argomenti nei quali ciascuna persona di qualunque sesso, estrazione o tendenza sessuale, potrà pienamente riconoscersi ed identificarsi, solo che abbia il coraggio e la forza di superare il tabù dei preconcetti che continuano a condizionarci e a renderci diffidenti e guardinghi, ed abbia voglia di mettere in movimento la propria emozionalità interiore. Insomma, come giustamente ha sintetizzato il sempre pertinenete e appropriato Rosario nella sua recente critica prodotta sul sito,"non ci sono segreti a Brokeback Mountain" non c'è niente di perversamente insidioso che disturba e atterrisce, nulla di così destabilizzante da generare "rifiuto", ma solo amore, passione e voglia di condivisione: sentimenti così assoluti da segnare le vite di due "rudi" mandriani senza storia e avvenire, e da unirle indissolubilmente negli anni, fissandole nel tempo e nella memoria, nonostante tutto e tutti, in quell'utopica chimera segretamentre coltivata e impossibile da realizzare nel contesto gretto e puritano che li circonda.L'incapacità di riconoscersi e di accettarsi, di vivere in sintonia con le proprie pulsioni, la distruttiva condanna dei comportamenti non omologati che sfocia inevitabilmente nella solitudine, nel rimpianto e nella tragedia "di una morte annunciata": questo è Brokeback Mountain, l'angoscioso desiderio dell'impossibile, visti i tempi e le restrizioni mentali (ma tutto è rimasto davvero immutato, nonostante il passare degli anni, se ancora oggi si avvertono così forti resistenze in alcuni stati Usa semplicemente alla divulgazione in sala di questa storia, e se nel Wyoming si continuano a perpetrare anche in tempi recenti, efferati delitti punitivi per "censurare" e "stigmatizzare" la devianza inaccettabile del diverso). Vivaddio: per una volta viene rappresentata una storia di "rapporti carnali" fra uomini in maniera normalizzata e non voyeristica, assolutamente svincolata dagli schemi convenzionali che quasi sempre riducono a cliché precostituiti e precotti i comportamenti e le esteriorizzazioni macchiettistiche dei protagonisti omosessuali nel cinema... ed è particolarmente intrigante il confronto grazie alla partecipata adesione anche fisica degli attori, due corpi in perfetta sintonia simbiotica, che aiuta a scoprire e "condividere insieme" il complice contatto di tenerezza che unisce quei due uomini -o meglio e più appropriatamente, quelle due "persone" perchè è davvero ininfluente che si tratti di due persone di sesso maschile - che apre una breccia nelle loro chiuse solitudini mandando in corto circuito le loro angosce esistenziali, nonostante la disperata difesa di una impossibile normalità di facciata, anche a costo di annullare per questo ogni probabilità di normalizzazione futura dell'unione. Non c'è niente di indecente e di "peccaminoso", nemmeno nelle scene accennate di sesso esplicito, mai volgarmente esibite e compiaciute: tutto è trasfigurato dalla poesia delicata e appassionata, quasi una specie di Ponti di Madison County al maschile, film con il quale ha davvero a mio avviso molti punti di contatto. E con quanta sentita partecipazione vengono delineati i due protagonisti e le diversità anche formative che li differenziano: più temerario e disponibile Jack lo "scrutatore" (esemplari le scene iniziali del quasi "corteggiamento" nel primo incontro al reclutamento per la stagione ai pascoli fatto di sguardi sfuggenti nello specchietto retrovisore, immagini e modalità che ritorneranno perentoriamente e con più partecipato coinvolgimento nella drammatica scena della separazione dopo l'ultimo convengo), colui che potrebbe anche acquisire il coraggio e la responsabilità di infrangere le regole se solo....; ostinatamente impaurito e incapace di affrontarsi, al contrario, il taciturno Ennis, irreparabilmente perduto nei meandri dei propri sconvolgimenti interiori non sufficientemente metabolizzati e risolti, segnato e condizionato per sempre dalle immagini emergenti dalla sua infanzia remota, dalla visione di quel "frocio" ferocemente massacrato, praticamente evirato, che il padre implacabile gli ha mostrato per educarlo alla vita e alla virile supremazia del maschio dominante. Molte le scene di rapinosa bellezza nel contesto maestoso e incontaminato delle praterie e dei pascoli, a cominciare proprio dalla progressione lenta e ieratica della sequenza di apertura, silenziosa, eppure densa di significati profondi, fino a quelle dell'esplosione della passione, temerariamente provocata da Jack, ma che subito dopo travolge inesorabilmente anche l'introverso Ennis, furibondo e al tempo stesso trepidante... o alle altrettanto stupefacenti, sintetiche scene delle rincorse gioiose, inevitabile conseguenza ludicamente liberatoria della scoperta reciproca e per una volta appagata, della propria sessualità negata, fra giochi innocenti e scontri anche fisici (spesso è proprio la "lotta" che rappresenta l'anticamera dell'amplesso).... Ennis che si sente perduto dopo l'addio alla fine della stagione in montagna, lassù a Brokeback luogo del sogno e del desiderio; Ennis, che comprende (e non vuole ammettere nemmeno a se stesso) di aver perso l'occasione e la vita per quel sottile retaggio ancestrale insinuato in fondo alla sua coscienza che non gli dà tregua, ed è così rabbioso e sperduto da avere conati di vomito, da provare la fisicità del dolore, quasi che improvvisamente gli mancasse la terra sotto i piedi, ma al tempo stesso è reso furente e disperato per quelle sensazioni debordanti che non vuole accettare e che tenta di soffocare prendendo a cazzotti anche il muro pur di scacciare il desiderio e la tentazione. E che dire dell'incontro dei due dopo i quattro anni di lontananza e "astinenza", quel ritrovarsi improvviso così impetuosamente colmo di bramosia e di desiderio, di "fisicità" primordiale del contatto da far dimenticare precauzioni e convenzionalità, o di tutte le successive evasioni fra bugie e recriminazioni che ritmano vent'anni di sotterfugi e di tormenti, fino all'ultimo, definitivo confronto...? No, Jack non può più accontentarsi di quelle briciole che gli vengono riservate, ha bisogno della continuità del rapporto, e tenterà inutilmente di esplorare altri percorsi, deluso e amareggiato, ma senza per questo dimenticare: "QUEL CHE JACK RICORDAVA E RIMPIANGEVA CON UNA INTENSITA' CHE NON POTEVA SOFFOCARE NE' CAPIRE, ERA LA VOLTA CHE, IN QUELLA LONTANA ESTATE SULLA BROKEBACK, ENNIS GLI ERA ANDATO ALLE SPALLE, ATTIRANDOLO A SE', IL SILENZIOSO ABBRACCIO CHE PLACAVA UNA SETE CONDIVISA E ASESSUATA. ERANO RIMASTI COSI' PER UN PEZZO DAVANTI AL FUOCO, LE FIAMME CHE LANCIAVANO SPRAZZI ROSSASTRI DI LUCE E L'OMBRA DEI LORO DUE CORPI CHE ERANO UN'UNICA COLONNA SULLA ROCCIA".... Poi tutto si interrompe e per sempre, tragicamente programmato da un destino crudele, quasi l'ineluttabilità del fato (e per Ennis ritorna l'incubo e la conferma di quel giustizialismo che lo ha ossessionato fin da ragazzo, impedendogli di vivere e di "offrisi" interamente per paura del giudizio e delle conseguenze). La parte finale è la più travolgente e disperata: toglie il respiro e serra lo stomaco il confronto con la famiglia di Jack, quel ripercorrere i sentieri della memoria per recuperare il ricordo, cercando immagini e conferme necesasarie per fare in qualche modo sopravvivere il proprio immaginario che non avrà mai più possibilità di concretizzarsi, un disperato pellegrinaggio alla ricerca di qualcosa che renda indelebile e definitivo il "momento magico" di quella meravigliosa esperienza d'amore nel paradiso lontano di Brokeback. Il ritrovamento delle due camicie, l'una nell'altra (Ennis dentro Jack) è il momento di più alta partecipazione sensoriale (qualcuno ha a questo punto ancora il "coraggio" o la spudoratezza di dichiarare che si è trattato semplicemente di una storia di sesso fra due "culi"?) che si riflette speculare nel malinconico finale dove l'immagine è ribaltata (Jack dentro Ennis) a suggellare definitivamente l'indistruttibilità di quel sentimento capace di espandersi e di resistere ben oltre le convenzioni, la morale e la morte stessa, si perpetuerà nel ricordo di quell'abbraccio pudico che racchiude il senso più preponderante e profondo di tutto il film. Straordinari gli attori, soprattutto Ledger, perfetto nel tratteggiare la muta introversione del suo personaggio "senza coraggio", grezzo e titubante ma capace di passioni infuocate e definitive: è nello sguardo la marcia in più della sua interpretazione, mutevole e camaleontico, pieno di fuochi e di chiaroscuri, di dolcezze e di sofferte malinconie, che nel finale sembra spegnersi definitivamente nel rimpianto doloroso di quello che avrebbe potuto essre, non è stato e mai più potrà più diventare. Più tradizionale, anche se ugualmente pregnante e di impeccabile costruzione stilistica, la prova di Gyllenhaal alle prese con la più sfrontata e disponibile consapevolezza di Jack, arrendevole e placido, ma capace di insospettabili guizzi e di decisioni impreviste e coraggiose, quasi in antitesi con la sua natura, che lo porteranno inevitabilmente verso il "martiro", vittima predestinata e quasi rassegnata, predisposta ad affrontare le conseguenze, ad assumersi la responsabilità del comportamento, a rivendicare la necessità primaria di vivere senza negazioni la propria vita, in quell'America puritana e bigotta, violenta e impregnata di un razzismo strisciante che non è solo e semplicemente omofobo che schiaccia e ottunde ogni diritto. Un film che merita insomma attenzione e rispetto, un'opera così densa e significativa che solo chi non ha sentimento o cuore, o chi si lascia fuorviare da pregiudizi e condizionamenti "moralistici" di dubbia consistenza, può ostinarsi a osteggiare, per non voler accettare e comprendere (ammetto la soggettività del giudizio anche difforme nel mertio, ma come è possibile che qualcuno nella sua recensione sul sito sia arrivato perfino a citare i Vanzina, quale evidente riferimento dispregiativo e di demerito?) Evidentemente l'intransigenza ideologica di fronte a temi ancora troppo caldi come questo, non è una prerogativa esclusiva dei popoli di oltre oceano, ma coinvolge anche molte "menti falsamente illuminate" del sottobosco culturale italiano.

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