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Primo amore

Regia di Matteo Garrone vedi scheda film

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La recensione su Primo amore

di Gangs 87
8 stelle

Vittorio è un orafo. Uomo solitario con strane pulsioni: gli piacciono le donne, quelle magre, molto magre. Quando conosce Sonia, ragazza solare e gentile che lavora per un negozio solidale e posa per una scuola d’arte, anche se i canoni di magrezza non rispecchiano quello che lui si aspettava, decide di frequentarla comunque; “ho sempre cercato prima il corpo e poi la testa e non ho mai pensato che potesse funzionare anche al contrario”, si dice Vittorio che instaura, lentamente, con la donna un rapporto morboso di possessione e sottomissione.

 

Per Vittorio il corpo perfetto è un gioiello da modellare, come fa con una macabra collezione che custodisce nella cassaforte del suo laboratorio, e quell’ossessione si riversa senza margini su Sonia, vittima di un amore malato che la tiene in gabbia, come i cancelli che circondano Vittorio nella prima parte del film e che svaniscono totalmente nella seconda, sostituiti da un bosco fitto e isolato, accostato alla casa che Vittorio decide di comprare come nido d’amore e porto sicuro per la disperazione.

 

Isolare e modellare. Modellare, scalfire, definire. Una bilancia, un foglio al muro pieno di misurazioni, un altro sulla parete della cucina che elenca i pasti mangiabili e quelli no, dispense vuote e vestiti sempre più stretti, pronti ad esaltare ogni spigolo delle ossa che compaiono ad ogni grammo perso, chilo dopo chilo.

 

Quello che sembra iniziare come un gioco, il piacere di assecondare un desiderio espresso fin da subito dall’uomo che ama, prima diverte Sonia poi la spegne, lentamente, la consuma; divorata dai morsi della fame e della paura la porta a gesti estremi, incontrollabili ma necessari.

 

Dopo L’imbalsamatore, Garrone torna a rappresentare la solitudine che ammala. L’egoismo egoico che eleva le proprie necessità al di sopra di ogni bene comune o altrui, ogni scelta fatta senza mai pensare all’altro ma esclusivamente e se stessi, in una forma di possessione malata che annichilisce. Vittorio è prima lui vittima, succube di una mente che non riesce a controllare, quasi mai al passo con quella di Sonia, legata al passato, a quella che le piaceva essere e che ha permesso che le scivolasse di dosso; ma il suo vittimismo si alterna con l’essere carnefice volontario e divertito, affamato della fame altrui.

 

Ma è quando le immagini si sfocano che Garrone raggiunge l’apice della sua rappresentazione: Vittorio e Sonia sono in barca al lago, la giornata è assolata ma l’inquadratura è sfocata. Vittorio e Sonia sono solo due ombre: lui con due buchi neri al posto degli occhi, come l’orco delle favole più oscure, lei con la testa grande che finisce in un mente appuntito. La deformazione come estremo atto rappresentativo della perdizione assoluta.

 

Vitaliano Trevisan e Michela Cescon eccellenti protagonisti assoluti di un film disturbante, angosciante già dalla prima scena, che si svolge ad uno stazionamento degli autobus, un pomeriggio d’inverno in una Vicenza buia e desolata, e che mantiene un senso d’angoscia perpetua per tutta la sua intera durata, creando una sintonia perfetta con la protagonista e il dramma che vive.

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