Il grande ritorno di Neill Blomkamp? Snì. O almeno, per me sì. 

 

Chiariamoci, si tratta comunque di un marchettone indirizzato esclusivamente alle masse sulla falsa riga dei cine-videogame recenti come Detective PikachuSonic Super Mario Bros, ma la netta differenza con tutti questi lungometraggi senza arte né parte ricolmi di fanservice è, innanzitutto, il soggetto di partenza che si basa sulla storia vera – “impossibile” come recita la locandina del film – di un nerd videogiocatore di Gran Turismo che è diventato – dopo una serie di selezioni e competizioni in real life – un pilota professionista della Nissan per via delle sue grandissime doti videoludiche. Tutto ciò permette al lungometraggio di distanziarsi dalle regole stringenti e limitanti (leggasi “nerdoidi”) del videogioco, per diventare così un vero e proprio biopic sul mondo delle auto da corsa, consentendo così a Neill Blomkamp di avere maggiori margini di manovra nel dirigere questo blockbuster da 60 milioni di dollari. 

 

 

Pur non essendo né lo sceneggiatore né il produttore del film finanziato dalla Playstation Productions, il regista sudafricano assoldato dalla Sony Pictures riesce a dirigere con grande classe il “live action” di Gran Turismo, cercando di personalizzare l’opera focalizzandosi maggiormente sul tormentato esistenzialismo del protagonista, di cui ne mette in scena con tatto tutte le sue difficoltà relazionali sia con la sua famiglia che non vede di buon occhio il suo gaming sportivo, sia con il mondo delle corse spesso spietato e indifferente nei confronti della salute mentale dei suoi piloti. Ed è proprio in questi frangenti introspettivi che, Neill Blomkamp, riesce ad inserire il suo leggero tocco autoriale nel raccontare la storia di rivalsa di un outsider come capita in tutti i suoi film, dove i suoi protagonisti devono sempre rompere gli schemi del mondo capitalistico-tecnocratico che li opprime, fino a mutarsi anche fisicamente nel loro processo di emancipazione sociale ed individuale (simulatore videoludico vs forza g dell’auto da corsa). La costante presenza della macchina a mano, il montaggio serrato ed adrenalinico quasi “bourneano” nell’imprimere potenza all’azione (stupendi i dettagli sul motore dell’auto da corsa roboante) e, infine, l’esaltazione della componente della realtà virtuale del videogioco come “espansione dei cinque sensi” del protagonista al limite del fantascientifico, sono tutti gli stilemi tipici della regia di Blomkamp che riesce a piegare alla propria poetica, pur con tutti i limiti del biopic sulle gare automobilistiche, un blockbuster che poteva facilmente deragliare nell’ennesimo filmetto trito e ritrito tratto da un videogioco.

 

 

Ovviamente con Gran Turismo non ci ritroviamo né ai livelli drammaturgici di Rush e Le Mans ’66, né allo sperimentalismo geniale di Speed Racer e Redline, e neppure alle opere al 100% autoriali del regista, ma grazie alla buona sceneggiatura di Jason Hall e Zach BaylinNeill Blomkamp riesce a conferire una grande umanità al racconto, senza ridurre il tutto ad una pletora di personaggi bidimensionali fanservice e ad un film con una serie di risvolti narrativi uno più infantile dell’altro. Difatti, la pellicola pur muovendosi negli stilemi classici dei film sull’automobilismo, riesce a non risultare anonima e banale grazie all’estro tecnico del regista sudafricano, il quale imprime tutta l’adrenalina e la sofferenza esistenziale che prova il suo protagonista reietto nel mezzo tecnico della cinepresa, che come un’auto da corsa sfreccia come una scheggia impazzita tra dettagli velocissimi e riprese aereodinamiche estremamente movimentate nel mostrare tutta la potenza e la pericolosità del mondo automobilistico. Il regista, però, proprio come un pilota da corsa, sa quando fermarsi e concedersi inquadrature fisse nelle pause riflessive, come i “tranquilli” campi e controcampi negli accesi – e allo stesso empatici – dialoghi tra il pilota di eSports e il suo fidato e burbero coach macchinista tuttofare Jack Salter (interpretato da uno splendido David Harbour), che Neill Blomkamp prende in particolare simpatia “proletaria” contrapponendolo al capitalista “illuminato” Danny Moore, interpretato da un gigioneggiante Orlando Bloom che mostra tutti i lati disumani di un sistema che ha occhi solo sul 0.1% e sull’immagine aziendale.

 

 

 

Insomma, Neill Blomkamp gira un marchettone con grande perizia e di fatto realizza il miglior film tratto da un’opera un’opera videoludica – non che la concorrenza sia così spietata, anzi, forse solo Silent Hill di Gans potrebbe farmi cambiare idea. La speranza è che il regista sudafricano, dopo questo film su commissione, possa ritornare ad opere più personali di stampo fantascientifico al cinema – Demonic (2021) purtroppo non è stato distribuito in Italia ma solo in home video (anche negli States) e sembra sia considerato unanimemente dai cinefili un film indecoroso – senza dover continuare a dirigere cortometraggi per YouTube o, peggio ancora, realizzare tantissime altre marchette come Gran Turismo che, seppur girate con grande mano, sviliscono il suo estro artistico che è sempre stato improntato ad un cinema fortemente autoriale, capace di portare avanti messaggi sociopolitici interessantissimi attraverso il genere fantascientifico. Il flop di Gran Turismo non promette bene, ma dato che è avvenuto questo magico ritorno al Cinema dopo 8 anni, è possibile che con qualche soldino intascato da Playstation Productions possa realizzare il tanto chiacchierato District 10 o, meglio ancora, un’opera fantascientifica del tutto originale e autoriale come sta facendo il suo collega Gareth Edwards (anch’esso inattivo da ormai 7 anni e con più marchette – realizzate comunque di stralusso – alle spalle) con The Creator in uscita il 28 settembre 2023. 

 

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Lo stato di salute del genere fantascientifico – e anche di un certo cinema blockbuster autoriale – dipenderà esclusivamente da questi registi che, in un settore cinematografico dominato da franchise che pure floppano di fronte alla crisi cronica della Settima Arte, dovranno compiere il miracolo di far ri-innamorare il grande pubblico ad una certa tipologia di Cinema spettacolare, originale e riflessivo con un grande cuore per il racconto e le illimitate potenzialità visive – e non – della Settima Arte.

 

Voto 8

 

PS: Non morivo così tanto dalla risate per un film – specialmente in sala – da tantissimo tempo. E non perché il film facesse ridere per i suoi momenti comici comunque rigorosamente circoscritti, ma perché alcune scene, tra cui alcune col faccione di Orlando Bloom, le riconducevo ad eventi della mia vita alquanto tragicomici. Un’ultima cosa: "God moving over the face of waters" di Moby nel finale tanta roba!