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Luna rossa

Regia di Antonio Capuano vedi scheda film

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La recensione su Luna rossa

di PompiereFI
8 stelle

Chiusa in una specie di bunker circondato da campi dove far correre liberi i cavalli, la famiglia Cammarano punta alla leadership camorristica. Gli arredamenti che guarniscono gli interni sono volgari come i proprietari, sono oggetti che parlano e dicono della sfarzosa e inutile boria della Famiglia. Imbruttiti dagli ostacoli dell’ignoranza, sembrano suppellettili avanzate ai film a luce rossa.

E in effetti tra i numerosi abitanti, tutti parenti o quasi, che vagano nei soggiorni vuoti dove vigila la tv perennemente accesa e in camere da letto affollate, si instaurano stranissimi rapporti sessuali. Molto fisici. Fatti di incesti, rabbiosi rancori edipici, istinti veementi. Sopra tutto e tutti, le agghiaccianti influenze del capofamiglia, il quale cerca di tirare le redini per affermare il comando, ma si trova a dover fare i conti con le giovani leve malavitose, i cui componenti si cercano solo per scorticarsi, sfidarsi o incantarsi. Per derisione, ripicca, cupidigia.

Silenziato ad arte durante lo svolgersi di alcune sequenze, “Luna rossa” riprende a battere grazie a improvvisi slanci musicali. Stuzzicante miscela di remoto e moderno, dalla consueta romanza napoletana alla lirica, fino agli accentuati bassi filo-house, lo score del film appassiona per la sua coerenza. Da manuale l’accompagnamento che accorda gli sfregi corporali di uno dei protagonisti.

L’affresco corale così dipinto cova vipere in seno che si mordono l’una con l’altra; hanno in corpo così tanto veleno che non subiscono conseguenze, come se avessero acquisito una specie di immunità allo scontro e al vituperio verbale (tra gli incontri-scontri, una menzione speciale va alle interpretazioni di Licia Maglietta e Antonino Iuorio).

Grazie a dialoghi solenni composti da frasi fatte, da declamazioni universali che sfiorano il melodramma e la tragedia, attualizzati da un apporto visivo e narrativo inconsueto, la corsa dei cavalli bradi dei Cammarano è destinata a dissolversi, tra infinite chiacchere al cellulare filtrate da un addetto centralinista e l’impassibile utilizzo di armi da fuoco. Dotato di un montaggio invidiabile, che mescola le carte sulla piena comprensione dei personaggi, la narrativa si scalda per poi spegnersi, si esalta per poi estinguersi, in un interessantissimo e complesso ordito.

Per tre quarti il film ha una cadenza invidiabile, ferma e incostante allo stesso tempo. Poi si adagia su una ripetitività di situazioni e interazioni che stiracchiano le vicende fino all’immaginabile (e inutile) finale. Capuano avrebbe potuto benissimo fare a meno di spiegare, far vedere, chiudere il cerchio. Il completamento delle figure geometriche non è sempre un pregio.

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