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Rifkin's Festival

Regia di Woody Allen vedi scheda film

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La recensione su Rifkin's Festival

di M Valdemar
4 stelle

locandina

Rifkin's Festival (2020): locandina

 


Dal corposo, precipuo cortocircuito "meta" (filmico/festivaliero/biografico/storico/critico/paranoico/cortocircuitico), senza meta apparente, apparecchiato con inconfondibile garbo e gaio agio e inscalfibile autoironia dal demiurgo di prima grandezza Allen Woody, forse non (se) ne esce – intrappolati e appollaiati dinanzi a un portone spalancato su orizzonti da sogno/incubo di celluloide – ma dal film(etto: un etto di ctrl+c, ctrl+v, grazie, di grazia) un filino annoiati m’anche rinfrancati si scivola agevolmente verso i grigi cancelli del cielo-cinema.
Più che un angelo sterminatore, un agnellino stropicciato: terminata l’infinita, indefessa – invero un po’ stanchina – mèsse turbocitazionista, l’involucro filmico si rivela afflosciato nei suoi acri caratteri e ordinari codici.
Robetta, dai.
Orbene, non mancano qualche gustoso commento o punte di sagacia (solo riflessi pallidi d’un antico splendore che forse mai più tornerà), nulla che però colpisca sinceramente e profondamente nel segno – frecciatine intinte nel classico umorismo alleniano o considerazioni melanconiche che siano – come se fossero flebili vignette vergate su pagine strappate di un grande romanzo americano che mai giungerà a compimento e recuperate per l’occasione.
Un gioco fin troppo scoperto e reiterato, persino con malcelata svogliatezza, parrebbe; nell’andirivieni, sottolineato ed evidenziato e contrappuntato, di un presente a colori e di un portato onirico o attinente alle memorie in bianco e nero, ristagnano disegni scarichi e didascalie scontate che compongono il ritratto rassegnato di un Autore catturato in una fase serenamente e consapevolmente calante ma incapace di staccare.
Nemmeno l’inserto bergmaniano – ennesima coltura identitaria e dichiarazione d’intenti – che vede la presenza ghignante di un Christoph Waltz senz’altro divertito, riesce a sigillare l’emorragico stato delle cose: facili battutine piazzate là, riflessioncine sulla vita la morte l’universo e tutto quanto accatastate lì; e il pubblico, che sorride a denti stretti come alla barzelletta raccontata per la centesima volta dallo zio un poco rimbambito, nel noioso aldiqua.
Non si sfugge dal (rac)colto teatrino di cui si conoscono a menadito dinamiche, mot(t)i, personalità, figure retoriche e retorica oratoria, e di cui la storiella del caso funge giusto da variante di un ordito noto e pacifico, con la consueta formula del “visto e piaciuto”.
Par quasi anzi talvolta d’assistere a scorci di residuati televisivi da anonimo palinsesto pomeridiano, un placido scorrere che non ti turba né ti chiede sforzo intellettivo alcuno, e che sai precisamente dove e quando conduce.
Di magia ce n’è poca, dunque; e di cinema solo tracce, perlopiù zampate del vecchio leone che sa dove colpire (il personaggio interpretato da Louis Garrel, giovine regista finto impegnato che odia i cocktail party eppure non se ne perde uno, è certo una stilettata agli innamoramenti ingiustificati di molta critica per gli autori “da festival”).
Né la location – la San Sebastián dell’omonimo festival – peraltro modestamente sfruttata, sia sul versante estetico che su quello meramente (meta)filmico, è in grado di suscitare granché empatia, di dare costrutto alla consueta parabola alleniana.
Ammantata per di più da una coltre (auto)consolatoria e autoassolutoria, avvolta in un’atmosfera giocoso-malinconica da compitino, e abitata da un complice/partecipe Wallace Shawn – ovvio alter ego, sorta di Vizzini avvinazzato dalla bocca pronta a storcersi e a proferire il Verbo – l’opera ultima di Woody Allen, Rifkin’s Festival, è banalmente illuminata, più che dal lavoro alla mdp e alle luci di un Vittorio Storaro in modalità ultra-meccanica, dalla sensualità folgorante di Elena Anaya, la dottoressa per cui ti inventeresti qualsiasi patologia pur di farti visitare.
Allora non rimane forse che fare a chi indovina per primo la citazione [Persona! L’ho detto subito!]
Troppo poco.


[Nota finale dell’autore di questo, umile, umido, insignificante cinesproloquio: l’odio che stanno riversando negli Usa su Woody Allen, e che sta intossicando i già liberi lidi europei, è cosa assai disgustosa, oltre che, inevitabilmente, pericolosa. Chiunque neghi, o minimizzi, è parte del fottuto problema]

 

Elena Anaya, Wallace Shawn

Rifkin's Festival (2020): Elena Anaya, Wallace Shawn

Wallace Shawn, Louis Garrel, Gina Gershon

Rifkin's Festival (2020): Wallace Shawn, Louis Garrel, Gina Gershon

 

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