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You Should Have Left

Regia di David Koepp vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su You Should Have Left

di degoffro
4 stelle

Non ci eravamo già visti? David Koepp regista e sceneggiatore, Kevin Bacon protagonista e una casa infestata. Sì, ci eravamo già visti in “Echi mortali” del 1999, dove però si partiva da un romanzo di Richard Matheson che garantiva una struttura narrativa più solida, pur all’interno di un prodotto di genere. In “You should have left” (titolo che sembra quasi un involontario invito allo spettatore), a sua volta tratto da un romanzo di Daniel Kehlmann, invece c’è un anonimo ed appassito campionario di stinti luoghi comuni e di asfittici spaventi di cartapesta. La solita coppia con figlioletta decide di prendersi una vacanza in una isolata villa nella campagna gallese, dalle insolite anomalie spaziali (è più grande all’esterno che all’interno) e temporali (la prima notte, per spegnere tutte le luci di casa, il protagonista impiega inconsapevole quasi cinque ore), dove iniziano altresì ad accadere strani ed inspiegabili fenomeni. Per di più l’enigmatica popolazione locale è ben poco ospitale e collaborativa (“Il villaggio dei dannati” come ironicamente viene ribattezzata dal protagonista).

 

 

Se vi aspettate spiriti che compaiono alle spalle, rubinetti che si aprono all’improvviso, luci che si accendono e spengono da sole, lunghi corridoi che fanno molto Shining (Kubrick abbi pazienza), porte attraverso cui si accede a spazi ignoti, scheletri nell’armadio, stanze che nascondono segreti, crisi di coppia, bambina insopportabile e frignante, incubi ricorrenti in un continuo rimando tra sogno e realtà, un passato che torna implacabile a chiedere il conto, accomodatevi. C’è pure un fantasma dai lunghi capelli neri che pare una reminiscenza della effimera moda del J-Horror di fine anni novanta stile “Ringu” e una vasca traboccante d’acqua che invece sembra rimandare al ben più felice “Le verità nascoste”. Non manca più nessuno, solo non si vedono i due leocorni, leggasi tensione e brividi. Tutto è ammuffito e di quarta mano, incastonato in un racconto legnoso e sfiatato che gira ripetutamente a vuoto: emblematico il colpo di genio della sequenza in cui padre e figlia, terrorizzati, escono di casa, in piena notte e con temperature gelide, per raggiungere il più vicino centro abitato, percorrendo a piedi più di 6 chilometri nella campagna desolata, salvo poi ritrovarsi dopo una camminata estenuante, al punto di partenza. L’ironia è affidata alla scena in cui Kevin Bacon, scambiato per il padre, aspetta fuori dal set la ben più giovane moglie Amanda Seyfried (impalpabile), attrice in ascesa, e la ascolta imbarazzato mentre è impegnata in una scena piuttosto audace (“quasi porno” la definisce divertita lei che poi si concede subito, in auto, al voglioso marito perché stanca di dover fingere).

 

 

Qualche curiosa annotazione realistica (la moglie dipendente dal cellulare e con doppio telefono per nascondere una vita sentimentale alternativa), ma poco altro. La morale, per chi non l’avesse percepita, viene spiattellata dal protagonista senza troppi giri di parole e vorrebbe essere illuminante: “Non si può scappare dalla propria ombra.” Forse è una logica conseguenza il fatto che, ad un certo punto, Kevin Bacon (doppiamente responsabile, visto che è anche produttore), che pure ascolta, in cuffia, tutorial per gestire lo stress, in una scena arrivi a tagliarsi le vene (niente paura si risveglierà dall’incubo).

 

 

La Blumhouse, ormai è assodato, quando azzecca un film lo fa per sbaglio. David Koepp invece non ne azzecca mezza da tempo immemore. A parte alcune prestigiose collaborazioni come sceneggiatore con Spielberg (“Jurassic Park”), Zemeckis (“La morte ti fa bella”), Howard (“Cronisti d’assalto”), Raimi (“Spider-Man”), Fincher (“Panic Room”) e De Palma (“Carlito’s Way”), da regista, se si esclude il citato “Echi mortali” e il simpatico “Ghost town”, commedia fantastica che più che altro funzionava grazie alla comicità compassata eppure velenosa del protagonista Ricky Gervais, ha collezionato per lo più disastri inverecondi stile “Secret window” (di cui purtroppo torna qualche fugace suggestione) o “Mortdecai” (si può parzialmente salvare anche l’esordio “Effetto blackout” che però sprecava malamente intriganti premesse). Kevin Bacon, volto segnato dalle rughe a marcare l’implacabile trascorrere del tempo su un fisico ancora pazzesco, rimpiazza Nicolas Cage (tutto si spiega) e gioca a fare l’ambiguo ma i tempi di “Legge criminale” risultano inesorabilmente lontani. Meglio apprezzarlo nella riuscita serie tv “City on a hill”. Inoltre, dopo il nefasto “The darkness” di Greg McLean, pare evidente che il matrimonio tra l’attore e la Blumhouse non s’ha da fare. Inutile.

Voto: 4

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