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Pulp Fiction

Regia di Quentin Tarantino vedi scheda film

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La recensione su Pulp Fiction

di laulilla
10 stelle

Rivisto in questi giorni e ri-recensito, senza alcuna pretesa di dire qualcosa di nuovo e memorabile: impresa temeraria dopo tutto quel che se n'è scritto in ogni angolo di mondo.


Il film inizia, nei pressi di Los Angeles, con una scena di vita quotidiana apparentemente tranquilla: due innamorati, Zucchino (Tim Roth) e Coniglietta (Amanda Plummer) discutono animatamente, mentre fanno colazione in un motel.

Si tratta, in  verità, di una coppia di balordi, piccoli malavitosi con esperienza di furti e rapine che, per ottenere il massimo guadagno con il minimo rischio, decidono di improvvisare una rapina anche lì dove si trovano, contando sulla sorpresa e sulla paura degli altri avventori.


La scena, a questo punto, si interrompe, incalzata da un’altra: su un’automobile stanno viaggiando Vincent Vega (John Travolta), da poco tornato dall’Europa, e Jules Winnfield, (Samuel L. Jackson).

Sembrano di ottimo umore: Vincent parla con sghignazzante divertimento delle bizzarre abitudini degli europei in fatto di cibi e di bevande alcoliche, mentre il suo compagno di viaggio lo ascolta con incredulità ironica e curiosa.

Sono due killer al servizio di Marsellus (Ving Rhames), gangster potentissimo, per incarico del quale si accingono a uccidere un po’ di persone, allo scopo di impadronirsi di una valigetta dal contenuto misterioso.


Nuovo cambio di scena: Vincent, un po’ riluttante, porta a ballare Mia (Uma Thurman), la giovane donna di Marsellus che, dovendo assentarsi per qualche giorno e fidandosi pienamente di lui, al suo servizio, lo ha pregato di farla un po’ divertire.
Un twist ballato con impareggiabile e fantasiosa abilità fa guadagnare alla coppia l’ambitissimo trofeo in palio, ma il rientro – a casa di lei – viene sinistramente turbato da un incidente gravissimo, che manda all’aria gli ottimi propositi di lui che non vorrebbe mettersi nei guai.

 

 

 

Ora, la scena cambia di nuovo: è la volta di Butch (Bruce Willis), pugile corrotto: Marsellus se lo era comprato per fargli perdere l’incontro alla seconda ripresa.

Il regista, dapprima, ne ripercorre la storia, evocando, con irresistibile comicità grottesca, il momento in cui a lui, bambino, era stato consegnato da un commilitone del padre (Christopher Walken) l’orologio di famiglia, che, passando di generazione in generazione, aveva scandito il valore militare degli avi, eroi della prima (il bisnonno) e della seconda guerra mondiale (il nonno). Custodito con cura – ...in un luogo quanto mai improprio – dal padre, durante la guerra del Vietnam, nella quale aveva trovato la morte, l’orologio era arrivato al piccolo  Butch, che da adulto non se ne sarebbe (quasi) mai separato.


L’esito dell’incontro truccato, però, non era stato quello concordato con Marcellus, perché Butch, con un pugno violentissimo, aveva ucciso l’avversario, senza volerlo, ciò che ora avrebbe davvero messo a rischio la sua vita.
Tutto il film ruota, principalmente, intorno a questi gruppi di personaggi: l’incrociarsi casuale dei loro percorsi deciderà del destino di ciascuno, indipendentemente dalle attese e dai progetti, sempre azzerati dalla bizzarria del caso, non dominabile dalla forza della loro volontà.
Armi che sparano da sole o pugni che colpiscono uccidendo, senza che ci sia intenzione di farlo, sottolineano l’irrilevanza tragicomica degli sforzi che ciascuno dei protagonisti mette in atto per indirizzare la propria esistenza secondo le personali aspirazioni, i propri gusti, i propri valori, le proprie capacità,
Si tratta, mi pare, di una una corrosiva e tagliente negazione dell’ideologia egemone negli Stati Uniti, quella del self-made man, di cui vengono colte ironicamente le insufficienze e le contraddizioni.


Se Tarantino, però, si limitasse a questo, si muoverebbe molto bene, con briosa e divertente lucidità, su sentieri già battuti da altri grandi registi americani, almeno a partire dagli anni ’80: i Coen, Scorsese, o Altman.

Con questo film, invece, il regista dà vita anche a un modo di raccontare innovativo, mescolando i generi e gli stili della cinematografia classica e intervenendo sulla linearità del tempo del racconto, dando pertanto luogo all’alternarsi stupefacente e intercambiabile di passato e presente secondo un progetto  che realizza nel cinema qualcosa di simile alla letteratura “pulp”, ovvero una sorta di  repertorio disordinato di racconti, frammenti, saggi popolari che sembrano allineare, in un' allegra confusione di generi e di valori, le pagine di chi sapeva scrivere con quelle di chi contribuiva con le proprie sgrammaticate impressioni e i propri sgangherati diari.

 

Il finale del film, che circolarmente ci racconta la conclusione della prima scena (lasciata in sospeso per almeno due ore) ne è un bell’esempio, con la lunghissima e ossimorica citazione dalla Bibbia posta sulle labbra di un killer  spietato come Jules Winnfield, il manigoldo compagno di delitti di Vincent (per altro da tempo morto per mano di Butch). Nonostante l’apparente disgregarsi del racconto filmico, questo è uno dei film più attentamente controllati dal montaggio che efficacemente sa metterne in luce la sceneggiatura impeccabile.

 

Palma d’oro al Festival di Cannes del 1994

 

 

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