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I fratelli Marx al college

Regia di Norman McLeod vedi scheda film

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La recensione su I fratelli Marx al college

di Stefano L
8 stelle

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“Horse Feathers” si apre in maniera esilarante. Groucho, nei panni del “professor Quincy Adams Wagstaff”, è il nuovo presidente dell’Huxley College e mostra il suo astio nei confronti del consiglio accademico non appena uno degli attempati colleghi gli chiede i piani per l’avvenire. Wagstaff è contro qualsiasi cosa: «I don't know what they have to say, It makes no difference anyway, whatever it is, I'm against it!!». Parte quindi uno show improvviso, “alla Marx”, in cui Groucho e i presenti si dileggiano con la suddetta canzone, seguita da “I Always Get My Man”. Si scopre infatti che Wagstaff ha accettato quel ruolo solo per tenere d’occhio il figlio studente (Zeppo), impegnato con “la vedova dell’istituto” (ancora Thelma Todd). Questo inizio spumeggiante introietta il mood estroso della brillante commedia diretta da McLeod; tra facezie e leste frecciatine (tipiche di Groucho) viene attecchita l’intera vicenda: all’Huxley non vincono un match di football dal 1888. Bisogna perciò trovare degli atleti professionisti, assoldandoli a pagamento presso una taverna dove vengono spacciati i liquori (siamo nel periodo del proibizionismo). Wagstaff si recapita nel locale e incontra Bavarelli (Chico), un fornitore di ghiaccio e alcool, e Pinky (Harpo), un accalappiacani. Saranno quelli giusti per risollevare le sorti sportive dell’Huxley o c’è di mezzo il consueto fraintendimento? La risposta è facile da intuire… Il film eccelle nell’integrare le scafate parentesi musicali con i testi sardonici stilati da Bert Kalmar e Harry Ruby (già collaboratori dei Marx), mantenendo tuttavia una narrazione “ordinaria”. L’umorismo energico e insolente schernisce, tramite delle scaltre punzonature, non soltanto le cerchie elitarie ma anche quelle figure "autorevoli" che sopravvalutano il loro valore per la società. In un paese in depressione, frequentare una costosa università raffigurava il presunto trampolino di lancio necessario e intellettualmente giusto sulla strada di ogni americano rispettabile. Naturalmente i Marx irrideranno questa prospettiva declamando delle amenità briose e nonsense (le “piume di cavallo” del titolo sono un eufemismo per descrivere le “sciocchezze”, le bricconate che beffano ogni contesto plausibilmente serio). Il retaggio dell’esperienza teatrale si palesava ormai così maturo da poter altresì sciorinare in sala la stessa sfacciata frenesia capace di irretire gli astanti anelando argutamente il tempismo delle battute con le sortite buffonesche e le metafore sottaciute. Groucho ovviamente buca lo schermo sfoggiando un aplomb unico nelle stravaganti gags: diversi i pezzi da antologia quali la scena della lezione di anatomia e il dialogo/monologo bislacco assieme a Zeppo. Ad Harpo e Chico sono state logicamente affidate le spassosissime sequenze slapstick, come quella dell’incontro con Wagstaff nella bettola («swordfish!»), del “sequestro” di due energumeni e la memorabile partita finale con tanto di carro trainante e uso dell’elastico per far rimbalzare la palla. Stucchevole però l’interpretazione personale che i tre dedicano al tema "Everyone Says I Love You" e parecchio percepibile il montaggio saltellante dovuto alla censura delle ristampe; alcuni passaggi della storia incentrata sulle scommesse d’azzardo sono andati perduti (sic!), rendendo certi risvolti poco comprensibili. Evidenti pure i limiti del doppiaggio della versione italiana del 1986, specialmente a causa dell’impossibilità di una traduzione fedele di Groucho indirizzata ai non anglofoni. Curiosa la scelta dell’accento napoletano dato a Chico…

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