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After Life

1 stagioni - 6 episodi vedi scheda serie

Recensione

Stagione 1

  • 2019-2019
  • 6 episodi

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mck

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di mck
8 stelle

...l'inganno della speranza è tutto ciò che resta, esistendo...

 

Dopo la vita...

Esser morti. E ugualmente soffrire.

Swiftiano [e del gran dublinese arrabbiato penso soprattutto (considerando il personaggio di Julian Kane interpetato da Tim Plester) a quel saggio - tanto sostantivo quanto aggettivo - satirico - “di finzione”, si direbbe oggi - ch'è “A Modest Proposal”, che quest'anno compie 290 anni] nel midollo (e quindi montypythoniano), “After Life” è uno dei film (6 episodi da circa 25 minuti l'uno, due ore e mezza di materiale in totale) più moralisti e moralizzatori del decennio, e, soprattutto: se lo può permettere.    

 

 

Semplicemente: “Stop feeling sad”, ovvero: “Sono seduto sul divano col cane. Che meraviglia.”

Ed è una gran serie, quest'ultima di Ricky Gervais (“the Office”, “Extras”, “Out of England”, “the Invention of Lying”, “Cemetery Junction”, “Life's Too Short”, “Derek”, “Special Correspondents”, “David Brent: Life on the Road”), da lui scritta, prodotta, interpretata e diretta (e che giunge in coda alle 150 repliche di “Humanity”), facile al pianto e al riso, e spesso e volentieri inesorabilmente commistendo le due succitate fisiche e muscolari espressioni di mimica facciale nate dalle emozioni in gioco: after life... + ...an-other life = (En)During Life...    

 

 

“Preferirei essere da nessuna parte con lei che da qualche parte senza di lei.”

Cast di figurine tratteggiate tridimensionalmente con rapide e precise, leggere e profonde pennellate: Kerry Godliman (la defunta moglie Lisa), Tom Basden (il cognato Matt), Tony Way (il collega Lenny, fotografo del giornale gratuito, tipo un piccolo Metro locale), Diane Morgan (bravissima; la collega Kath), Mandeep Dhillon (la collega, nuova assunta, Sandy), David Bradley [eccezionale; il padre, affetto da una forma di demenza senile; con “forzati”, inesorabili/inevitabili, allucina(n)ti momenti riecheggianti Walder Frey], Ashley Jensen (Emma, l'infermiera del padre alla casa di riposo), Paul Kaye (bravissimo; lo psicologo; con la stessa saggezza posseduta da Thoros di Myr), Penelope Wilton (Anne, che condivide la stessa egual condizione del protagonista Tony), Roisin Conaty (la prostituta / collaboratrice domestica Daphne), Joe Wilkinson (il postino Pat) e David Earl [ovvero: Life (disposofobica/sillogomaniaca) of Brian!].   

 

 

Fotografia: Martin Hawkins. Montaggio: Joe Walker. Musiche: Andy Burrows.
Gran dispendio di gran canzoni non originali (Lou Reed, Elton John, Nick Cave, James Taylor, Cat Stevens, Bill Withers, Patti Labelle, Hammock, Mogwai, Daughter, Caspian, We Lost the Sea...) in colonna sonora: buon risultato.

Zona cliché e zona verità: "Se condivise, le cose belle sono più belle, e le cose brutte sono meno brutte." E viceversa.

Inoltre, “After Life” è un racconto di provincia - un luogo immaginario e ideale creato triangolando Londra (Hampstead) con Old Hemel e Beaconsfield e facendo una capatina nel backyard in riva alla Manica, sulla spiaggia di Camber (Sands) - da cui s'imparano molte cose, ad esempio che non è necessario usare il latte materno per cucinare il pudding di riso né il lievito vaginale per fare il pane casereccio.  

[Per la sezione riso (nel senso di risata, non di rice pudding) e latte confrontare questo ("Change the Subject...!" - "So... For the bread, I use my own vaginal yeast...") con questo ("Suck 'n' Spit!"), da "Weeds" di Jenji Kohan]. 

 

 

“Look how happy you are!”

Il finale - tutto l'ultimo episodio - è “assurdo”, ricattatorio, risarcitorio, in pieno territorio “spielberghiano”, e/ma, ahimè/ohibò, necessario.
Era almeno un anno che non ridevo tanto. Di gusto. E con piena, somma vergogna. E fregandomene. Sì, beh, ho anche pianto, ma quello è normale.

Hope Is EveryThing.

…un'altra vita.

* * * * ¼     

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