Espandi menu
cerca
THE CROWN - Il peso di un simbolo
di Andrea Fornasiero
post
creato il

L'autore

Andrea Fornasiero

Andrea Fornasiero

Iscritto dal 18 aprile 2016 Vai al suo profilo
  • Seguaci 27
  • Post 76
  • Recensioni -
  • Playlist -
Mandagli un messaggio
Messaggio inviato!
Messaggio inviato!
chiudi

Costata 100 milioni di dollari per le prime due stagioni come House of Cards, The Crown (qui la nostra scheda) ne è quasi l’esatto contrario. Dove la serie sulla politica alla Casa Bianca è fittizia e sopra le righe, senza che al potere sia associata alcuna moralità, in The Crown si inscenano la Storia e la politica dalla prospettiva di una monarchia apparentemente quasi svuotata di potere e fatta di sacrificio. La sua forza è infatti principalmente simbolica al punto da nutrirsi di un paradosso: la corona è tanto più potente quanto meno agisce e nell’immobilità àncora il potere temporale della politica moderna ai più sacri principi. La corona assiste a tutto ma il suo ruolo è di lasciare scorrere quello che le accade intorno ed essere un immutabile emblema dei valori fondativi della Nazione, intoccabile e che proprio per questo non deve toccare nulla né sbilanciarsi in alcun modo con abnegazione quasi inumana. Se da una parte la famiglia reale vive quindi un’esistenza molto privilegiata, dall’altra deve attenersi a regole più rigide di quelle imposte al resto della società, che negli anni 50, quando è ambientata la prima stagione della serie, era ben poco libertina. Ed è così che nascono i migliori melodrammi: dall’attrito tra la passione e la costrizione sociale. 

È il caso del principe Edward, che fu brevemente re ma scelse di abdicare per sposare una donna americana al secondo divorzio. Una scelta lacerante perché la Corona porta con sé un’idea di eternità e trascendenza a cui non si può rinunciare facilmente: essere arrivati così vicini all’incoronazione e poi essere precipitato in una sorta di esilio, fa di Edward una figura quasi luciferina. Condannato a una vita più borghese che aristocratica, sogna e allo stesso tempo odia la corte a cui si è ribellato e che ora lo disprezza e lo ostacola a ogni occasione. Il suo tormento è così umano e allo stesso tempo bigger than life da superare persino le passate simpatie hitleriane del personaggio (su cui del resto la serie non insiste, anche perché sono già superate dalla Storia).

Qualcosa di analogo si può dire di Margaret, la sorella di Elizabeth, che vive una storia d’amore con un uomo divorziato. La situazione è qui ancora più straziante perché la stampa è tutta dalla sua parte e sogna per la principessa un lieto fine romantico, mentre i politici ritengono di dover tutelare il nome della famiglia reale e la genaologia di un eventuale, per quanto improbabile, erede al trono. Nemmeno sua sorella la regina può aiutarla, perché la Corona ha anche il ruolo di Difensore della Fede e quindi è soggetta ai precetti della religione anglicana e ai dettami dei più importanti vescovi del Regno. Tanto che la stampa parla di crudeltà della famiglia reale, quando invece è l’istituzione della monarchia a essere spietata e disumana. Una lezione che imparano anche la stessa regina e suo marito Philip, obbligati a trasferirsi a Buckingham Palace, a viaggiare in tour massacranti e soprattutto a mantenere le apparenze di una coppia felice, nonostante Philip si senta castrato dalla sottomissione alla moglie e al governo, che può decidere persino delle sue lezioni di volo.

The Efficient and the Dignified

L’altro asse portante di The Crown è Il rapporto tra il potere esecutivo e la corona, strutturato sugli incontri settimanali della regina con il Primo Ministro in un’udienza privata, dove questi la aggiorna sull’operato del governo che formalmente agisce in nome della corona. La regina però non ha ricevuto un’educazione politica e neppure scientifica, quindi, come esprime in uno degli episodi più riusciti, affronta il dialogo con le altre parti da una posizione culturalmente subalterna. La serie infatti ha tra i propri pregi quello di schivare l’apologia e di presentare un ritratto prima di tutto umano, con tanto di limiti, dei personaggi coinvolti.
La prima stagione di The Crown dà largo spazio al rapporto tra la regina e Winston Churchill, qui ormai vecchio e al terzo mandato, alla giuda di un partito conservatore dove tutti sperano che si ritiri al più presto e chiedono alla regina di intervenire. Perché il principio di imparzialità della corona è continuamente tentato dal potere, che strumentalmente i politici di turno possono cercare di invocare.

Nel coniugare la Storia del Novecento e il grande melodramma, The Crown è una serie ambiziosa come forse nessun altra e la sua scrittura è un’impresa titanica che Peter Morgan carica interamente sulle proprie spalle, forte di anni di ricerche e di drammatizzazioni sulla politica e la corona inglese. Nonostante si tratti di una mole di lavoro enorme, tutto appare cesellato e presentato con il linguaggio di un grande drammaturgo, come in questo monologo di Edward sull’incoronazione: 

- Il crisma e i giuramenti. I globi e gli scettri. Simbolo su simbolo. Un’imperscrutabile ragnatela di arcani misteri e liturgia. Oltrepassano così tanti confini che nessun sacerdote o storico o avvocato potrà mai districarli.
- E’ una follia.
- Al contrario. È del tutto sensato. Chi vuole la trasparenza quando si può avere la magia? Chi vuole la prosa quando si può avere la poesia? Togli il velo e cosa ti rimane? Una giovane donna ordinaria di modeste capacità e scarsa immaginazione. Ma avvolgila così, ungila con il crisma et voilà, che cosa abbiamo? Una dea.

O in questo dialogo tra Elizabeth e la regina Mary
- Non mi sembra giusto, come Capo dello Stato, non fare niente.
- E’ assolutamente giusto
- Lo è? Ma di certo non fare niente non è un lavoro.
- Non fare niente è il lavoro più difficile e ti servirà ogni briciolo di energia che possiedi. Essere imparziali non è naturale, non è umano. La gente vorrà sempre che tu sorrida, annuisca o disapprovi. E nel momento in cui lo farai avrai preso una posizione, un punto di vista. E questa è l’unica cosa che come Sovrano non sei autorizzata a fare. Meno fai, meno dici, affermi o sorridi...
- O penso? O sento? O respiro? O esisto?
- …meglio è.

Oppure in questo scambio tra Elizabeth e il professore da cui prende lezioni:
- E cosa intende fare?
- Niente ovviamente, è il mio lavoro. Non agire e rimanere in silenzio per tutto il tempo.
- Lo è? A memoria, e perdonatemi ho letto Bagehot tempo fa, in circostante del genere non è vostro dovere agire?
- Ma non posso convocare gli uomini più brillanti e formidabili del Paese e dar loro una strigliata come si fa con i bambini.
- Perché no? Voi avete ragione e loro torto.
- Sì ma sono molto più intelligenti di me, in qualunque confronto mi supererebbero per dialettica, pensiero e strategia.
- Ma non si tratta di istruzione o intelligenza, è una questione di integrità e principio. Siete stata addestrata per anni sugli elementi cruciali della Costituzione. La conoscete meglio di me, meglio di tutti noi. Avete ricevuto l’unica istruzione che conta.
- Quindi cosa vorrebbe che facessi?
- Convocateli e date loro una bella strigliata come si fa con i bambini.
- E perché dovrebbero tollerarlo?
- Perché sono uomini inglesi dell’alta società: una bella strigliata dalla tata è quello che desiderano di più nella vita.
Sono scambi che parlano dei principi più alti e allo stesso tempo riflettono l’identità nazionale britannica con notevole finezza, e nell’ultimo caso – per l’appunto – non senza sense of humour. Ovviamente aiuta che a recitarli sia chiamato un cast di grandi attori inglesi cui si aggiunge un sensazionale americano: John Lithgow.

Veste i panni di un Churchill quasi senile, per certi versi persino infantile, perennemente imbronciato contro l’ingiustizia del tempo che avanza e dissipa la sua grandezza passata. Un decadimento, il suo, che sente non a torto parallelo a quello della Nazione, che nel secondo dopoguerra non è più la grande potenza coloniale del passato. A lui è quasi interamente dedicato un episodio in cui un pittore scelto dal parlamento è incaricato di ritrarlo. Non raccontiamo come si conclude per non dare spoiler, ma il rapporto tra Churchill, che a dipinge a sua volta, e il ritrattista interpretato da Stephen Dillane è uno dei più toccanti e complessi di tutta la stagione anche per come mette in contatto il potere con il popolo.
Non mancano infine riflessioni sul ruolo dei media, che per esempio prediligono la disinvoltura della principessa Margaret alla serietà della regina, così come è cruciale l’idea del principe Philip di filmare e trasmettere in diretta l’incoronazione – tolta la parte più sacra del rito. Siamo solo agli albori della Tv, ma queste situazioni contengono in nuce le complesse dinamiche tra comunicazione, politica e persino religione che torneranno sicuramente nelle prossime quattro annate… sempre che Dio salvi la regina!

 

Qui tutti gli articoli della rubrica CoseSerie.

Ti è stato utile questo post? Utile per Per te?

Commenta

Avatar utente

Per poter commentare occorre aver fatto login.
Se non sei ancora iscritto Registrati