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The Alzheimer Case

Regia di Erik Van Looy vedi scheda film

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Marcello del Campo

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su The Alzheimer Case

di Marcello del Campo
8 stelle

 

De zaak Alzheimer (The Alzheimer Case) o The Memory of a Killer (2003) di Eric Van Looy è un missing film, come del resto anche The Loft del 2008. Il regista belga è oggetto di culto nel web, soprattutto tra gli appassionati del genere thriller che Van Looy sembra manovrare meglio degli stanchi film americani. Film robusti, ben diretti, magnificamente interpretati, Loft e The Alzheimer Case meriterebbero di essere visti e apprezzati anche in Italia, ma la censura del mercato è peggiore di quella dei preti, quindi non resta che abbaiare alla luna.

Con Wolfgang Murnberger, Van Looy è uno dei migliori cineasti di suspense al fulmicotone, niente meditazioni esistenziali (che affliggono le potenti leve di un Michael Mann in bilico tra azione e riflessione), al bando la finesse geometrique del neo-noir made in Hong Kong, solido impianto classico che è di casa in Francia - vedi Olivier Marchal più fortunato nell’esportazione ma non migliore di Van Looy.

Sono passati sette anni dall’uscita del Caso Alzheimer, molti perché si possano nutrire speranze di vederlo; per fortuna il film nasce vecchio, infatti, l’azione (brutale e veloce come una rasoiata) è declinata al 1995.

 

Il film inizia con una turpe scena di commercio sessuale: fingendo di essere un timido pedofilo, l’investigatore Eric Vincke (Koen De Bouw) della polizia del distretto di Antwerp uccide il laido padre di una ragazzina che usa la figlia come merce.

Cinque anni dopo, al killer veterano Angelo Ledda (interpretato da un grandissimo Jan Decleir), faccia tagliata sulla sagoma tosta di Dick Tracy, l’organizzazione criminale, che ha rapporti con le alte sfere, viene dato l’incarico di eliminare un gruppo di testimoni che è a conoscenza dei traffici sessuali pedofili del figlio di un eminente cittadino soprannominato “Il Barone”.

Ledda, esperto e ancora valido esecutore di crimini perfetti, si muove, nonostante l’età, con il vigore e la professionalità di un giovanotto. Di lui non sappiamo nulla, non ha un passato, alcune foto nel suo diroccato rifugio ai margini della città fanno pensare che deve avere una figlia, nient’altro.

Ledda è una macchina da guerra, possiede un quantitativo di armi sofisticate che neppure un terrorista, senza dire che ha braccia robuste quanto basta per spezzare il collo della vittima con la facilità con cui altri strangolerebbero un pollo.

Ledda ha praticato la violenza fisica come professione e sa bene che invecchiando il tasso di adrenalina è alto, il controllo dei nervi subisce una brusca flessione. Deve agire in fretta perché il lavoro che gli è stato affidato comporta dei rischi - gente importante guai in vista.

Dopo avere artisticamente fatto fuori due energumeni della lista, l’uomo è per strada in attesa della terza vittima. La vede, sta portando il cane a spasso. È una ragazza sui sedici anni, l’abbiamo vista all’inizio mentre frugava il poliziotto prima che questi giustiziasse il suo sporco genitore. Ledda non lo sa, non sa chi sia la ragazza, a lui basta vedere che è una ragazza e decidere che nel suo personale codice morale non è contemplata l’eliminazione di una creatura adolescente - peggio di un cane bastardo, ma con un’eccezione.

Ledda non sa ancora chi siano i committenti, conosce solo il terminale dell’organizzazione e a questo chiede lumi su chi c’è dietro il marcio dell’utilizzo della prostituzione infantile.

Ledda sa che deve arrivare al “Barone” prima di Eric Vincke. Il poliziotto è in caccia ma a Ledda non va giù che i malviventi, una volta presi, possano uscirne presto o addirittura farla franca e non metterci neppure piede.

Deve agire in fretta Ledda - il passo di pantera della morte. Una pistola al laser, il puntino rosso puntato sull’obiettivo ed è fatta. Fuori uno, fuori il secondo, resta da eliminare il figlio del “Barone” e il padre che abita in una casa-fortino.

Quando deve agire, il killer segna con il pennarello nero le mosse da fare, i numeri civici e di telefono sui muscolosi avambracci - geroglifici che rimandano alla Promessa dell’assassino (che è uscito cinque anni dopo), mappa della morte al lavoro.

Perché Ledda annota freneticamente i passi criminali sugli avambracci? Ledda sa ciò che né Vincke né nessun altro può sapere: Alzheimer!

Angelo Ledda sta perdendo la memoria, le pillole che ingoia stanno per finire, una è rimasta su un attico tra i cadaveri seminati dal killer.

Vincke ora sa - tutto sta a vedere chi arriverà per primo all’appuntamento mortale con “Il Barone”: Vincke o Ledda?

Non si accettano scommesse. Come in Memento e in Vengeance, la mappa della memoria che sbiadisce si può ricostruire artificialmente: la differenza sta tra il mettere a posto i nessi e perderli per sempre.

Eric Van Looy è un grande direttore di attori, un grande costruttore di suspense, le oltre due ore del Caso Alzheimer non stancano, il film corre a perdita di fiato, percosso da uno strabiliante score di metallurgia urbana (vengono in mente i primi Einstürzenden Neubauten, Strategien Gegen Architekturen) in un ipercinetico circuito asfalto-grattacieli-ascensori-scale.

Eric Van Looy sente l’influenza di Michael Mann, la offre agli spettatori, depurandola dagli artifacta del noir esistenziale, non ha timori reverenziali verso il grande Mann, prende in prestito e ci consegna un grande film con gli interessi. Memento è il capostipite dei cocci della memoria a ritroso, Vengeance è uno scolaro diligente, The Alzheimer Case un maestro.

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