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La verità

Regia di Henri-Georges Clouzot vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su La verità

di alan smithee
8 stelle

H-G. CLOUZOT

In un’aula di tribunale, ad inizio anni ’60, a Parigi, la bella ed avvenente Dominique Marceau, rea confessa dell’uccisione dell’ex fidanzato, giovane promettente direttore d’orchestra dal brillante avvenire, viene interrogata per chiarire le dinamiche dei fatti, a causa dei quali la donna rischia la pena capitale.

Dalla disamina dei fatti, emerge sempre più evidente allo spettatore - tramite ben delineati flash-back con cui il regista abilmente ci tratteggia elementi essenziali in grado di ritrarre la donna nel contesto privato, familiare ed amoroso – che la ragazza, causa anche il suo conturbante aspetto, è sempre stata trattata, anche e soprattutto il famiglia, in modo discriminatorio, condannata al ruolo della bella ignava, nullafacente ed incapace nei confronti di qualsiasi attitudine che non riguardi il proprio aspetto avvenente.

Discriminazioni in famiglia in favore della sorella, violoncellista di talento, infatuata del giovane direttore d’orchestra, che invece fisicamente le preferisce la bionda sorella; discriminata anche nel ruolo di accusata, parametrata ad una squallida meretrice senza sentimenti, impossibilitati tutti, per volontà, circostanza, o malizia gratuita, ad avvalorare il ruolo di assassina fredda e calcolatrice, anziché tentare di mettersi nei panni di una creatura da sempre considerata unicamente come uno strumento o fonte di piacere, da usare e da sfruttare più come un oggetto, che come un essere umano.

Grazie ad una strenua difesa condotta da un anziano avvocato difensore (Charles Vanel), a tentare ostinatamente ma con le migliori intenzioni di far fronte ad una accusa maliziosa da parte dell’infingardo legale dell’accusa (Paul Meurisse, sempre perfetto nel ruolo del “mechant”), una parvenza di verità inerente le reali intenzioni della giovane, assassina si, ma suo malgrado e per un atto istintivo non premeditato, vengono a galla: ma la circostanza non impedisce che la situazione precipiti comunque.

H-G. Clouzot si fa coadiuvare, in sede di scrittura, dalla celebre moglie Vera, dando vita ad un serrato dramma processuale che evita di rimanere troppo imprigionato all’interno dell’asfissiante aula processuale, ma impegnato piuttosto a sondare i drammi esistenziali e la dinamica crudele dei pregiudizi che affliggono anche chi, come la splendida, apparentemente inarrivabile, ma in realtà estremamente fragile ed insicura Dominique, nella diversità si distingue per una estetica così perfetta da risultare dirompente e generatrice di preconcetti, invidie ed altre cattiverie gratuite e crudeli.

Ecco che allora il buon film si sofferma a riflettere, nell’incedere anche concitato del processo, sulla diversità, che paradossalmente rende come dei mostri anche chi in realtà appare come tutto il contrario, e proprio per questo diviene vittima di preconcetti e stupidi luoghi comuni, in grado di ferire, emarginare, creare scompensi e sconforti che spesso finiscono per provocare la tragedia.

Nei panni di Dominique, Brigitte Bardot, nel pieno della propria prorompenza fisica, appare perfetta: forse non possiamo affermare che la sua recitazione sia esemplare, ma la sua figura, la sua persona inarrivabile, lo è assolutamente, e diviene una delle molteplici forze del film, ben diretto e molto ben scritto.

 

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