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Plan B

Regia di Natalie Morales vedi scheda film

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La recensione su Plan B

di mck
8 stelle

Spassoso e terrificante.

 

 

Ad un certo punto avviene questa cosa in “Plan B”, l’opera seconda diretta da Natalie Morales (“Santa Clarita Diet”), classe 1985 (girata praticamente a ruota dell’esordio in lockdown nella regìa di “Language Lessons”, da lei anche scritto e interpretato con Mark Duplass), un atto morale dettato dall’(er)etica di un’intera nazione per il quale “il narratore in terza persona” (la sceneggiatura da manuale - nell’accezione positiva del termine - è di Prathiksha Srinivasan - in quota “Mafia indiana!” - e Joshua Levy, duo già al lavoro su “iZombie”, “BollyWeird” e “Titans”) prende il sopravvento sul PdV dei personaggi principali, le due post-adolescenti protagoniste, scalzandolo giusto il tempo sufficiente [lasciati - oltrepassandoli con una panoramica (fotografia di Sandra Valde-Hansen) semi-circolare della MdP - alcuni cartelli su bastoni abbandonati da manifestanti anti-abortisti sull’asfalto: un’immagine che ha la stessa forza - assenza, più acuta presenza - di quella riscontrabile in “Never Rarely Sometimes Always” coi bigotti bercianti che compaiono fisicamente in loco] per “sfondare” una porta a vetri e registrare una manciata (montaggio di Nathan Orloff & Brendan Walsh) di inquadrature - per la precisione: tre (3) di numero - “fisse”, girate con la camera in spalla, dall’interno del Planned ParentHood di Rapid City, South Dakota (stato gemellato con la regione Marche) chiuso definitivamente per le proteste e i picchetti quotidiani delle mandrie di mentecatti.

 


BookSmart” incontra “Never Rarely Sometimes Always”, quindi? Sì. E questo “Plan B” potrebbe anche essere anche follemente inteso come l’ampliamento dell’episodio contenuto nella prima stagione di “Vita da Carlo” in cui Verdone aiuta una ragazzina nella ricerca dell’ulipristal acetato -[una delle tipologie della pillola dei 5 giorni dopo interpretata dal palliativo PGD IloProSal, mentre in “Plan B” si tratta di levonorgestrel, una morning-after pill - dal 2009 acquistabile in farmacia negli U.S.A. (il big country del diritto costituzionale di abortire sancito dalla "Roe vs. Wade" della Corte Suprema di oramai quasi mezzo secolo fa - l'italica Legge 194/78 è di un lustro più giovane - e oggi teocraticamente rovesciato e sovvertito) senza ricetta anche dalle diciassettenni - che agisce entro le 24/48 ore]- finendo per chiederla a delle prostitute dopo essere stato rimbalzato - come qui - da un farmacista professatore di mala (obiezione di) coscienza.

 


Victoria Moroles (latino-america) e Kuhoo Vema (sub-continente indiano) sono l’autentica forza motrice del film (proprio come Dever e Feldstein in “BookSmart”): bravissime sempre, senza cedimenti, passi falsi o stroppiature. Accanto a loro Michael Provost (in porta a hockey su pista col cardigan), Mason Cook (il para-mormone sfioratore di perinei), Moses Storm (il glande de-piercinghizzato), Myha'la Herrold (she, Logan), Edi Patterson (la commessa di mini-market con mega-mazza) e Rachel Dratch (da diseducazione sessuale ad economia domestica e ritorno).

 


Ottime musiche originali dell’australiana Isabella “Izzi” Manfredi (the Preatures) e bella playlist di canzoni preesistenti fra le quali spicca - girati, elefantino, da bravo, ecco - sui titoli di testa la "Every 1’s A Winner" degli Hot Chocolate direttamente dal 1978 (già utilizzata alcune altre volte al cinema, ad esempio altrettanto bene in "Frances Ha" di Baumbach e Gerwig).
Prodotto da LD, CounterBalance, American High e Hulu che lo distribuisce in streaming negli U.S.A. mentre il resto del mondo vi può assistere tramite il circuito di piattaforme Starz/Disney.
Nota a margine: l’edizione in lingua originale (inglese americano) è sempre da preferire, ma il doppiaggio (italiano) in quest’occasione è molto ben fatto.

 

Spassoso e terrificante.


* * * ¾ (****) - 7.625   

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