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DOV'È MARIO? - Dov'è la sinistra?
di Andrea Fornasiero ultimo aggiornamento
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Guzzanti in Dov'è Mario? lascia da parte il format più tipicamente suo dello show e abbraccia la fiction, con un formato brevissimo da serialità inglese: 4 episodi, di quaranta minuti circa, per raccontare la crisi d'identità della sinistra nell'era dell'antipolitica. Come già nel Caso Scafroglia, immagina un incidente che causa uno sconquasso psichico. Se là si trattava di allucinazioni durante uno stato comatoso, qui pure c'è qualche incursione onirica, ma senza arrivare a folli colpi di genio come la targa di un'auto che dà il nome ai marziani Mimimmi ai tempi del Duce sul Pianeta rosso. Guzzanti è questa volta più trasparente (anche se non manca la rivelazione sul desiderio di morte del protagonista) e affronta di petto quello che sembrerebbe un tema superato: la crisi dell'intellettuale di sinistra incarnato da Mario Bambea e, pars pro toto, della sinistra tutta. Cui risponde l'emergere di una nuova personalità priva di ogni raffinatezza e ragionevolezza, che trova però l'abbraccio del pubblico.
La serie è stata paragonata a Italiano medio di Maccio Capatonda, con cui in effetti condivide lo sdoppiamento della personalità di una persona per bene, ma là accadeva a un uomo frustrato e ignorato da tutti, qui invece succede a un radical chic di un certo successo. In entrambi i casi c'è il rapporto con il pubblico, ma in Dov'è Mario non si parla di un improbabile seguito di piazza bensì si oscilla tra la Tv e il cabaret (a sua volta anche televisivo).

La questione cruciale in Guzzanti è dunque la comunicazione, con una lotta tra identità che si consolidano solo nel consenso, fino al populismo incarnato dall'alter ego di Mario Bambea: Bizio Capocetti. Questi sguazza in facili volgarità e battute razziste, ma incarna il desiderio inconfessabile di Mario di tornare a essere ascoltato, tanto che assume inarrestabilmente il controllo come una sorta di Mister Hyde. Mario, quando è cosciente, ne è disgustato ma arriva poi a preferire l'eremo dell'oblio mentale alla vita reale, mentre Bizio instaura rapporti umani, magari anche squallidi, ma pur sempre più veri rispetto a quelli del dotto studioso.

Mario è infatti da anni tradito dalla moglie, che lo trova un peso e non lo degna della minima attenzione nemmeno dopo l'incidente, inoltre è circondato da intellettuali in crisi come lui, rosi da nevrosi e meschine invidie, del tutto autoreferenziali nella loro torre d'avorio. L'autorevolezza di Bambea è ormai ridotta a una nicchia forse ricca e influente, ma del tutto esigua e scollata dal Paese reale, tanto che quando diventa famoso nelle vesti del comico Bizio Capocetti i suoi fini amici non si accorgono neppure dell'esistenza di questa seconda identità. A segnalare lo sdoppiamento è la badante-poetessa Dragomira che in fondo a sua volta, per quanto maltrattata da Bizio, si sente chiaramente più vicina a lui che non al paternalistico professore.
Chi veramente riconosce Mario in Bizio è un altro comico, anima persa tra i due mondi della satira intellettuale e del cabaret più popolare. La sua epifania sulla vera identità di Mario prende il carattere di una vendetta, perché non c'è niente che susciti più rabbia dell'ipocrisia di un moralista. Siccome però è appunto tutta la sinistra a essere ormai schizofrenica, ecco che Veltroni (in uno splendido cameo) cerca di riappropriarsi di questo fenomeno elogiando la seconda identità di Mario/Bizio - ormai venuto allo scoperto - come una geniale provocazione, svelamento di un non-senso cui appartiene anche Veltroni stesso (è notizia successiva alla fine della serie che l'ex politico sta per condurre un varietà su in prime time su Rai1: Le dieci cose più belle).

In tutto questo il ruolo della comicità è nella satira di entrambe le personalità del protagonista: Mario viene continuamente sbeffeggiato e anche quando è lui ad avere qualche battuta comica la sua è per lo più una reazione scocciata, quasi spocchiosa ("Io sono Marika, abbreviazione di Antonella, va bene?" "No guardi, non va bene, non c'è alcun modo per cui abbreviando Antonella si possa arrivare a Marika"); il cabaret di Bizio invece scade volutamente in una trivialità dozzinale che non fa ridere di per sé, ma solo grazie alle reazioni, follemente genuine, che suscita nei personaggi che lo circondano.

Memorabili tra loro l'impresario Gianfranco Fraia e la dura assistente Cinzia, evoluzione borgatara dell'Arianna di Boris, da cui per altro arriva il coautore della serie Mattia Torre. Questi è anche ferocissimo e surreale autore teatrale, come testimonia il suo spettacolo 456 (reperibile anche in pillole su youtube). La collaborazione di queste due voci, tra le più originali e geniali della scena italiana, è accompagnata dalla regia di Edoardo Gabriellini piuttosto efficace nei tempi comici. Forse nel complesso disuguale nonostante la brevità, la serie dà il meglio di sé nella seconda e nella quarta puntata, e trova in Dragomira (con tanto di evoluzione alla Don Camillo, ma insoddisfacente perché lei prega solo la Madonna) una delle figure più lunari e spiazzanti che si ricordino nella nostra comicità recente.


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