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El aura

Regia di Fabián Bielinsky vedi scheda film

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Marcello del Campo

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su El aura

di Marcello del Campo
8 stelle

 

 

FABIÁN BIELINSKY: AIR DE BUENOS AIRES

 

Se il cinema è rappresentazione per immagini della letteratura, anche quando non vi si ispira direttamente ma attraverso script originali, di questa si avverte l’eco. La scrittura è creazione, il cinema traduzione iconica. Si può opporre che anche il cinema è creazione autentica, ma nei film di genere non v’è alcun dubbio che la matrice sia letteraria.

Sappiamo tutti intravvedere dietro un noir americano l’influenza del’espressionismo tedesco, transitato negli States insieme ai grandi esuli dalla Germania nazista; un pulp movie, un gangster movie rimandano irrefutabilmente a Raymond Chandler, Dashiell Hammett, James Cain (ieri), Dennis Lehane, Michael Connelly, James Ellroy, James Sallis (oggi), solo per citarne alcuni.

Che l’immaginario americano abbia ‘colonizzato’ il mondo intero, neppure v’è alcun dubbio se teniamo conto del moltiplicarsi nel cinema contemporaneo, da Hong Kong alla Cambogia, degli stilemi del cinema di genere americano, piegati a esigenze del pubblico di quei paesi ma compresi nel mondo occidentale proprio in virtù del trade mark.

La prova della ‘colonizzazione americana dell’immaginario’ (non solo nel cinema) ha una cartina da tornasole nelle frasi che sempre sfuggono alla critica ‘colonizzata’: “Sembra un film americano”,  “È bello come un film americano”.

La Francia, grazie all’opera di divulgazione di Marcel Duhamel, può vantare un cinema di genere di alto livello e non è un caso che lo stile di Jean Pierre-Melville è riconoscibile in molto cinema asiatico (vedi Johnnie To). Questo è accaduto perché la capitale del XX secolo ha imposto i suoi autori di romanzi polizieschi, così come l’Inghilterra i suoi.

 

Questa breve premessa serve a sgombrare il campo da ogni equivoco:

 

El Aura non è un film ‘come solo gli americani sanno fare’ – è un film argentino che si porta dentro l’aria di Buenos Aires (al pari e forse meglio del Segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella). Un’aria che non sa di rifrittura e che si rifiuta con grande dignità espressiva alla proliferazione in serie di film sui serial killer che affliggono il desolante panorama americano, salvo rare eccezioni.

A differenza del peggiore ‘nero americano’ che, grazie a produttori ignoranti, può invadere le sale del pianeta, El Aura, uscito nel 2005, è pressoché ignoto al cosiddetto ‘grande pubblico’ e il regista Fabián Bielinsky, morto prematuramente nel 2006 a quarantasei anni, rimarrà sconosciuto.

L’aria di Buenos Aires ha due nomi: Luís Borges (Omero cantore cieco), The Teacher e Julio Cortázar (l’esule parigino), The Preacher. Gli altri amici sono Cristina Ocampo e Adolfo Bioy Casares. Buenos Aires è terra di esuli e crocevia di scrittori fantastici. A Buenos Aires l’esule polacco Witold Gombrowicz incontra Borges, I due non si capiscono, si capiscono le loro scritture, quella del bibliotecario universale e quella del pazzo ribelle, amico di Ignacy Witkiewicz e Bruno Schulz che non è riuscito a sfuggire ai nazisti.

Buenos Aires è il giardino dei sentieri che si biforcano, immaginazione al potere, nonostante la dittatura padronal-paternalistica dei Peron. Ne sa qualcosa Borges di bombe depositate sull’uscio della sua casa, non ne sa nulla Cortázar che a Parigi trascina con i suoi discorsi, dall’alto della bellezza di hidalgo sul suo metro e novanta l’entourage di quel che resta del surrealismo negli anni Sessanta.

Proprio a Julio Cortázar, il giovane Bielinsky si ispira per il suo primo corto, il racconto Continuità dei parchi (due pagine da Bestiario, Einaudi Editore) ricevendo consensi unanimi dalla critica. Due pagine meravigliose sulla synchronicity: un uomo che legge seduto su una poltrona di velluto verde viene pugnalato alle spalle dal protagonista del racconto che sta leggendo.

Questa non è Hollywood, è la Vecchia Buenos Aires di Julio Cortázar che con grande anticipo Michelangelo Antonioni aveva scoperto e a lui si era ispirato per scrivere Blow Up, dopo avere letto La bava del diavolo (da Bestiario), la Buenos Aires di Luís Borges che aveva spinto Bernardo Bertolucci a dirigere il capolavoro Strategia del ragno dal tratto dal racconto Tema del traditore e dell’eroe (in Finzioni).

 

Nella sua breve carriera, Bielinsky è stato assistente alla regia (Alambrado di Marco Bechis, Sotto Voce di Mario Levin, Eterna Sonrisa di Carlos Sorin) ) e prima di fare il regista ha diretto circa quattrocento spot pubblicitari.

Nel 1998 Nove regine ottiene il plauso della critica mondiale, nel 2001 il premio Fipresci. La critica americanizzata chiama in causa l’immancabile influenza di Pulp Fiction&Derivati, ma le origini dei labirinti di Bielinsky hanno scaturigini colte, alla marcata influenza della letteratura fantastica argentina si aggiunge quella esistenzialista di Camus.

 

EL AURA

 

El Aura chiude la breve vita di Bielinsky al culmine di un’opera che da promessa di un futuro di grande cineasta ne diventa il testamento.

In questo affascinante thriller metafisico, Bielinsky raggiunge una compattezza dei molti rivoli ispiratori in unicum in cui convivono senza stridere le letture borgesiane dei classici dell’avventura (The Master of Ballantrae di Robert Louis Stevenson, lo scrigno di ogni döppelganger a venire), Lo Straniero di Albert Camus. Gli agganci per la ‘lettura’ di questo film sono nelle vene della Vecchia Europa fin dall’inizio del film.

 

Esteban Espinosa, un tassidermista senza qualità, un uomo ‘superfluo’ (secondo la definizione di Ivan Turgenev), vile quanto basta per immaginare di fare il colpo della vita’ senza peraltro riuscire a mettere ordine nella sua quotidiana vuotezza, capace solo di riempire di paglia animali estinti per prestarli ai musei e raggranellare qualche soldo, sfidato a ‘fare l’uomo’ dall’amico Sontag, uno che sa fare il ‘macho’ (probabilmente è l’amante della moglie di Esteban), lo accompagna nella foresta della Patagonia a caccia di cervi. Sontag è un amico infido poiché sa che Esteban è incapace di nuocere, ma la viltà dell’altro lo eccita a specchiarsi in quella per vedere aumentare la sua sedicente virilità e nello stesso tempo sa che Esteban è attratto dall’idea dell’avventura. I primi venti minuti del film somigliano a Caccia Sadica di Joseph Losey, scontro di caratteri e volontà di primeggiare di uno dei due. Ma Esteban è troppo fragile per dare prova di abilità venatoria, lui ‘lavora’ sui corpi morti; la sola avventura che conosce è l’aura, infatti egli è affetto da crisi epilettiche che si presentano senza chiedere il permesso, scagliandolo in un universo sconosciuto:

 

Le cose cambiano improvvisamente. È come se, come se tutto si fermasse, e una porta si aprisse nella mia testa, e fa entrare le cose. Suoni, musica, voci, immagini, odori. Gli odori di scuola, di cucina, di famiglia, mi dice che la crisi sta arrivando e non c'è niente che io possa fare per fermarla, niente. È orribile, ed è perfetta, perché durante quei pochi secondi, io sono libero, non c'e' scelta, non c'è alternativa, non devo decidere nulla. Tutto si stringe, si avvicina sempre di più, e ne vieni circondato.

 

Nell’aura Esteban è libero di non scegliere, di non esistere.

In compenso, Esteban ha una memoria prodigiosa che gli permette di ‘fotografare’ tutto ciò che è a portata del suo sguardo, numeri di targhe di automobili, su valigie, insegne di bar, camere di alberghi, una dote mnemonica da ‘gran teatro del mondo’ rinascimentale.

Un incidente di caccia - l’uccisione per errore di Sontag – cambierà in cinque giorni la vita di Esteban che, suo malgrado, si troverà immerso fino al collo in una vera avventura dai contorni estremi.

Se uccidi, sia pure per errore, una prima volta, liberandoti dal giudizio di un amico incerto, continuare a uccidere ti verrà più facile.

Ci sono loschi figuri che hanno approntato un piano per un grosso colpo. Se Esteban ha ucciso l’uomo giusto, se ha in mano le redini del gioco e assume la personalità del morto, allora può andare in fondo muovendosi con circospezione tra gli uomini e i luoghi dell’impresa criminale.

Esteban non è una tessera del puzzle, come qualche critico ha affermato, Esteban è la tessera del domino che avanza per cercare i nessi tra una tessera e la successiva fino ad arrivare all’appuntamento con la morte o con la rinascita. La memoria prodigiosa svela legami che a una persona dotata di memoria comune sfuggirebbero. 

L’appuntamento con Carlos Dietrich.

 

Film magistrale, diretto con un senso dello spazio che dà i brividi, tagliato da travelling sinuosi tra la natura selvaggia, impreziosito da piani sequenza (l’uccisione di Sontag è da antologia) mobilissimi, contrappuntato da uno score di grande fattura composto da Lucio Godoy (Intacto, I lunedì al sole, Cachorro, Non ti muovere, Triage), El Aura supera la prova di opera seconda ma lascia l’amaro in bocca perché film come questo riconciliano con il piacere del vedere ma sono mosche bianche. 

Da Ricardo Darín (Esteban) una perfetta aderenza al personaggio e un mestiere che lo pongono al vertice dei grandi attori del cinema di oggi.   

 

Fabián Bielinsky, sofferente di ipertensione, muore a São Paulo, Brazil, per attacco cardiaco a giugno del 2006.

 

 

 

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