Espandi menu
cerca
America Latina

Regia di Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo vedi scheda film

Tutto il cast

Cast America Latina

INTERVISTA AI REGISTI

I vostri film sono solitamente ambientati in periferia, una terra di nessuno ai margini della città. Cosa vi affascina di questi spazi trascurati e fatiscenti?

I vostri film sono generalmente ambientati in luoghi periferici o marginali, cosa vi affascina di questo tipo di spazi? La nostra è un’attrazione verso la poesia dei luoghi sbagliati. Amiamo gli errori compiuti involontariamente. C’è molto sentimento in questa ricorrenza. Siamo indulgenti di natura verso ciò che non è riuscito: gli spazi gestiti male, gli abomini architettonici, tutto ciò che vorrebbe essere ciò che in realtà non è. C’è anche un discorso fotografico chiaramente legato ai luoghi fantasma, ai territori di nessuno, ma non è prioritario. Il nostro principale punto di interesse verso i luoghi di confine è strettamente antropologico: abbiamo a cuore i tentativi falliti.

America Latina è ambientato a Latina, a sud di Roma, una città creata negli anni Trenta in quella che era una zona di palude infestata dalla malaria. È difficile pensare a una location meno glamour per un film. Cosa vi ha attratto in particolare di Latina?

Latina è una città che conosciamo bene. Più specificamente i dintorni di Latina, dove abitano i nostri genitori. Abbiamo coltivato a lungo l’idea di girare qualcosa in questi borghi, ma non pieghiamo mai la storia alle nostre volontà. Quando l’anima del racconto era ormai nelle nostre teste ci sembrava chiaro che il territorio dovesse essere quello umido, ignorato e di esclusivo transito come i dintorni di Latina.

Questo è il vostro secondo film con protagonista Elio Germano. Mentre Favolacce era una storia corale, America Latina ruota quasi esclusivamente intorno al suo personaggio. Proprio come in Favolacce, avete nuovamente scelto Germano per un ruolo lontano da quelli interpretati in precedenza. Quali sono quelle sue qualità che vi attirano così tanto?

Elio Germano è un attore meraviglioso. È inutile elencarne le qualità, sono visibili a tutti. Quello che ci unisce è un rapporto umano molto stretto, il più profondo avuto finora con un’altra persona che “facesse cinema”. Un legame che si basa sulla fiducia e sulla sicurezza di non essere mai giudicati. La voglia di piacere è la morte di ogni storia e di ogni prova attoriale. Elio Germano è emotivamente nudo sul set, e noi con lui. Da timidi non ce lo siamo mai detti, ma vogliamo bene alle nostre storture, una a una. Senza esserne compiaciuti, accettiamo quello che siamo e siamo disposti a mostrarlo senza sentirci sbagliati.

Avete descritto America Latina come “una storia d’amore, e come tutte le storie d’amore quindi un thriller”. Vi va di spiegare questa affermazione?

Ogni volta che nominiamo la parola amore tiriamo in gioco paure, fantasmi, disperazioni, inganni e auto-inganni. È nel provare a rendere luminosi questi sentimenti bui che risiede il verbo amare. Ma come ogni altro aspetto della vita è il punto di vista a fare la differenza. Puoi dormire con la persona che ami abbracciata a te e durante la notte lei fa un incubo terribile. La mattina dopo non te lo dice. Qualcosa si è messo in moto. Sei dentro un thriller.

Dei vostri film, America Latina è quello maggiormente influenzato dall'estetica di genere, dai thriller e dai noir. Cosa vi piace di questi linguaggi cinematografici?

Ciò che amiamo del genere è l’obbligo al rigore e alla precisione più assoluta e, contemporaneamente, la seduzione di tradire le regole che il genere impone. Possiamo raccontare un thriller psicologico dal punto di vista di un innocuo dentista di mezza età? Stupendo. Noi amiamo i noir con gli investigatori sotto la pioggia, il polar francese, ma non riusciremmo proprio a raccontare un eroe alla Melville. Perché siamo persone ordinarie. E per noi sono solo le persone ordinarie che vanno messe di fronte allo straordinario.

Sembrate estremamente interessati ai meccanismi della narrazione, al modo in cui le storie vengono raccontate, spesso da punti di vista diversi e con strati diversi. America Latina porta il concetto di narratore inaffidabile anche oltre i vostri precedenti lavori. Si tratta di una strategia intenzionale per turbare il vostro pubblico?

Come dicevamo prima, il fulcro di ogni cosa è il punto di vista. Dove, come, perché e per quanto si guarda. La vita di tutti noi è fraintendibile ma facciamo ogni cosa pur di dimostrare a noi stessi di possederne il controllo. Eppure non si può controllare il punto di vista degli altri. È spaventoso. Ecco perché le testimonianze multiple e contraddittorie sono alla base dei nostri racconti: rispecchiano la nostra paura di rimettere in discussione ciò che abbiamo costruito, le nostre convinzioni, i nostri punti fermi.

I vostri film sono molto distopici, mostrano una società non semplicemente sfilacciata ai margini ma anche in libera caduta morale. La vita nell'Italia contemporanea, da voi descritta, non è sicuramente bella. I vostri film sono anche intrisi di un umorismo molto particolare che sembra una sorta di critica sociale. State cercando di trasmettere un messaggio? E, se sì, qual è?

Assolutamente no. Non abbiamo nessun messaggio. I film si fanno per cercare, non per dichiarare. Chiaramente abbiamo un pensiero molto formato su ciò che non funziona nel nostro Paese, ma non ci interessa la sociologia né al cinema né nella vita. Ci interessa inoltre raccontare storie non locali. L’Italia in questo film ha un ruolo puramente fisico, non incide minimamente nella narrazione. Fin dal titolo prendiamo le distanze con qualsiasi forma di aderenza tra storia e geografia: siamo ovunque. Nei 90 minuti del film quest’ovunque è di tutti.

Per molti versi, America Latina è una storia di soffocamento e claustrofobia. Il vostro linguaggio visivo colpisce. Potete parlarci delle scelte cinematografiche fatte?

Il lavoro con i reparti di fotografia, scenografia e costumi è stato improntato in funzione di una chiave precisa: non è lo spettatore a guardare una mosca intrappolata in un bicchiere bensì è lo spettatore stesso la mosca intrappolata in quel bicchiere. Per tentare di raggiungere questo obiettivo drammaturgico abbiamo adoperato lenti con una scarsa profondità di campo, dipinto le pareti della casa con tinte molto omogenee e forti affinché ci ricordassero sempre la loro presenza, e usato camera-angles disarmonici. Abbiamo combinato l’uso della macchina a mano con linguaggi più statici per non dare punti di riferimento stilistici. Nel disordine non può esistere uno stile, quindi anche noi abbiamo precisamente rinunciato a qualsiasi vezzo formale.