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Zona d'ombra

Regia di Peter Landesman vedi scheda film

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La recensione su Zona d'ombra

di maurizio73
4 stelle

Il film di Landesman si dimostra incapace di tradurne le indubbie potenzialità in una storia avvincente e credibile, limitandosi piuttosto a seguire uno storytelling che ci porta dal punto A al punto B senza un reale approfondimento del contesto, una adeguata valorizzazione dei caratteri ed una stringente dinamica delle forze in campo.

Plurilaureato e brillante neuropatologo di origine nigeriana, il dottor Bennet Omalu scopre casualmente che la encefalopatia cronica che ha causato la morte precoce di una ex stella della NFL, è in realtà una sindrome traumatica professionale che colpisce molti ex giocatori di football americano. Osteggiato dalla potente lobby delle società sportive e costantemente sotto ricatto per il suo status di cittadino straniero con permesso di lavoro temporaneo, il dottor Omalu sceglie di non barattare la propria deontologia professionale e la propria fede nella scienza in cambio di una carriera sicura e della serenità familiare. Finale edificante.

 

locandina

Zona d'ombra (2015): locandina

 

Paradigma per eccellenza del sogno americano e delle contraddizioni che innervano una società che si fonda sulla realizzazione dei propri sogni costi quel che costi, il mito dello sport nazionale per eccellenza (ora il football, ora il baseball a seconda delle convenienze del soggetto e delle occasioni di produzione) è entrato di diritto nella storia del cinema a stelle e strisce con opere che hanno segnato come poche l'immaginario del pubblico mainstream (da The longest Yard a The natural, da Ogni maledetta Domenica a Moneyball - L'arte di vincere, solo per citarne alcuni di ieri e di oggi). Non fa difetto questo film dello scrittore e giornalista d'inchiesta Peter Landesman che, riprendendo il tema di un articolo della sua 'collega' Jeanne Marie Laskas, costruisce una storiella che più edificante non si può, contemperando il luogo comune dello straniero di talento in terra ostile (con un direttore amministrativo bianco latamente razzista e insofferente ed un mentore anziano comprensivo e prodigo) con la lotta senza quartiere all'ingiustizia ed al malaffare, dimostrando ancora una volta che il corpo vivo e dolente di una nazione costantemente esposta alle afflizioni ed ai patogeni esterni ha in sè gli anticorpi che lo mantengono sempre allenato ed in ottima salute. Non nego che questa narrazione abbia un fondo di verità, ma il film di Landesman si dimostra incapace di tradurne le indubbie potenzialità in una storia avvincente e credibile, limitandosi piuttosto a seguire uno storytelling che ci porta dal punto A al punto B senza un reale approfondimento del contesto, una adeguata valorizzazione dei caratteri ed una stringente dinamica delle forze in campo che ci faccia capire dove caspita possono mai essersi cacciati gli avversari (due o tre scene di un ufficio legale della federazione, una conferenza stampa a porte chiuse e senza contraddittorio, uno studio medico revisionato da titolati di Harvard e confutato dal 'massaggiatore della panchina accanto'). Insomma una roba un pò da ridere e un pò da piangere che soffre per una sceneggiatura piena di buchi che manco il groviera od un cervello affetto da encefalopatia spongiforme, un montaggio che diluisce la detecion medico-legale di prassi in un mare di tempi morti e personaggi campati in aria che si convertono come San Paolo sulla via di Damasco senza neanche la garanzia della redenzione per il loro passato di inveterati peccatori (un Alec Baldwin imbolsito e dall'occhio bovino, appunto!). Tutto quindi si scarica sulle spalle del buon Will Smith che un tempo aveva pure la faccia giusta, ma ora farfuglia cose demenziali in un inglese maccheronico (notazione un pò xenofoba per caratterizzare il nigger d'importazione), parla con i morti senza il fascino di Bruce Willis e rifiuta perfino un posto alla Casa Bianca per andarea vive a Lodi (California,sic!) con mogliettina carina e bimba ius soli munita.
A latere pure un'inchiesta dell'FBI in versione Spectre che non si è capito bene chi li abbia chiamati e soprattutto perchè e la confessione tardiva del nemico che sembra mosso a pietà dal suicidio dell'ennesima vittima del casco contro casco. Se voi vi divertite con questa roba (il film intendo, non il football americano) beati voi! Titolo con doppio-senso annesso (reato estorsivo ma anche trauma contusivo), premiato agli Hollywood Film Awards 2015 e al Palm Springs International Film Festival 2016 (produce la gloriosa Columbia Pictures) e pure la immancabile nomination ai Globes per Will Sottuttoio Smith ex Prince of Bellaria (cit. mck).
Aveva un bavero color zafferano, veniva a piedi da Lodi a...

 

 

 

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