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Sbatti il mostro in prima pagina

Regia di Marco Bellocchio vedi scheda film

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La recensione su Sbatti il mostro in prima pagina

di Peppe Comune
8 stelle

In una zona alla periferia di Milano viene trovato il corpo brutalmente assassinato di Mariagrazia Martini (Silvia Kramar). Questo fatto di cronaca cade nel bel mezzo di una campagna elettorale che si preannuncia incandescente. L'ingegner Montelli (John Steiner), candidato di spicco della destra conservatrice, chiede e ottiene da Giancarlo Bizanti (Gian Maria Volontè), capo redattore de "Il Giornale" di cui è proprietario, di strumentalizzare ad arte l'effereto omicio della giovane ragazza per finalità propagandistiche. Bizanti affida il caso al giovane Roveda (Fabio Carriba) e gli affianca il più scaltro Lauri (Jacques Herlin). Le conclusioni sul caso a cui arriva Roveda sono molto diverse dalla "verità" che Bizanti ha dato in pasto all'opinione pubblica e in mano agl'organi di polizia compiacenti. Una verità che fa perno sull'assassino "ideale" Mario Boni (Corrado Solari), ex fidanzato di Mariagrazia Martini ed esponente di spicco della sinistra extraparlamentare, oltre che sulle dichiarazioni alquanto contraddittorie di Rita Zigai (Laura Betti), un innamorata non corrisposta proprio del Boni. Il "mostro" da sbattere in prima pagina deve essere chi Bizanti vuole che sia : per intrecciare un fatto di cronaca nera con la contesa politica in corso, gettare discredito sui partiti di sinistra e favorire l'ascesa della destra reazionaria.

 

Gian Maria Volonté

Sbatti il mostro in prima pagina (1972): Gian Maria Volonté

 

"Sbatti il mostro in prima pagina" di Marco Bellocchio è certamente un film "figlio" del suo tempo, e non tanto perchè sullo sfondo è rappresentato un paese attraversato dalle turbolenze "sessantottine" dei contestatori dell'ordine costituito e dai rigurgiti  nostalgici degli esponenti della destra neofascista (il film si apre proprio con la ripresa di un comizio della "maggioranza silenziosa" dove a parlare è un giovanissimo Ignazio La Russa), ma soprattotto per quella cifra stilistica particolare (ritmo serrato, aderenza alla realtà socio politica del paese, un narrato che oscilla tra finzione filmica e documentarismo d'inchiesta), che ha caratterizzato tanto buon cinema d'impegnio civile prodotto in Italia a partire soprattutto dalla seconda metà degli anni sessanta. D'altro canto, però, il film di Marco Bellocchio conserva intatto il proprio carattere analitico se si fa esclusivo riferimento a quello che rappresenta il suo vero cuore pulsante : l'analisi sul potere mistificatorio dei mass-media. In effetti, l'impianto "giallo" che percorre il film è solo un pretesto usato dall'autore piacentino per puntare l'attenzione sulla degenerazione professionale che, ieri come oggi, si annida nel vasto e potente mondo del giornalismo. Detto altrimenti (e in maniera più enfatica), è l'universalità atemporale di un principio cardine di ogni Stato di Diritto quale la libertà di stampa a rendere per definizione "attuale" qualunque riflessione critica a riguardo (e intramontabile, quindi, un capolavoro della settima arte come "Quarto potere" di Orson Welles). "Sbatti il mostro in prima pagina" si muove decisamente in questo solco, e lo fa intrecciando il discorso a tesi esemplificato a dovere dal modo d'essere e di concepire il mestiere di giornalista di Bizanti, con il quadro socio-politico coevo il quale, dato il sottobosco assai eterogeneo fornito dalla sinistra extraparlamentare, fornisce più di un alibi alle spinte reazionarie della destra estrema. Per il capo redattore de "Il Giornale", il giornalista, più che informare i cittadini, deve formare l'opinione pubblica ; una notizia, più che essere data ricercando criteri di veridicità, deve assecondare rafforzandolo lo status-quo dominante ; i fatti, più che passare al vaglio di un'accurata indagine sociale, devono servire gli interessi del potente di turno ; gli articoli di giornale, più che scuotere la coscienza critica di chi legge, devono asservire il lettore medio attraverso un uso addomesticato delle parole (in modo che, "operaio licenziato" diventi "rimasto senza lavoro"). "Chi è il nostro lettore ? Un uomo tranquillo, onesto, amante dell'ordine, che lavora, produce, crea reddito. Ma è anche un uomo stanco Roveda, scoglionato. I suoi figli, invece di andare a scuola fanno la guerriglia per le strade di Milano, i suoi operai sono sempre più prepotenti, , il governo non c'è, il paese è nel caos. Apre il giornale per trovare una parola serena, equilibrata. (...). Il lettore apre il giornale, guarda, se gli va legge, se non gli va tira via, ma senza avere la sensazione che gli vogliamo rompere i coglioni. Senza sentirsi lui il responsabile di tutti i morti che ci sono ogni giorno nel mondo". Questo dice Bizanti a Roveda in una sequenza bellissima e diventata giustamente celebre (con quel Volontè volevo vedere !) . Più importante di quello che si pensa, è ciò che si dice e come lo si dice, perchè è seguendo questa semplice regola "giornalistica" che una notizia ripetuta fino alla noia diventa più vera del vero. Per gli intellettuali come Bizanti, le notizie si possono tranquillamente inventare per indurre le persone a pensarla come si vuole che pensino. Per loro, la massa è un animale amorfo che va educata a preferire sopra ogni cosa la tranquillizzante conservazione dell'ordine costituito ("Ma tu lo sai che sei peggio di quei fessi che leggono il giornale come se fosse il vangelo ?", dice uno sprezzante Bizanti alla moglie). Il loro metodo trova legittima giustificazione nelle regole non scritte del realismo politico, regole antiche che prescrivono un idea di ordine sociale dove "ciascuno deve stare al suo posto : la polizia a reprimere, la magistratura a condannare e la stampa a persuadere la gente a pensarla come vogliamo noi", dice l'ingegner Montelli. Chi non è come Bizanti è Roveda, che incarna il giovane giornalista non ancora corrotto dall'esercizio del compromesso ad ogni costo, capace ancora di pensarsi come "il" giornalista che può e deve attenersi liberamente ai fatti e non come "un" impiegato costretto a servire il padrone. Scritte le mie impressioni su "Sbatti il mostro in prima pagina", e sottolineata la prova magnifica (ancora un'altra) di Gian Maria Volontè, concludo con una domanda : quanto ancora è attuale questo film ?        

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