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Salvatore Giuliano

Regia di Francesco Rosi vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Salvatore Giuliano

di vermeverde
10 stelle

È un film del 1962, sceneggiato dal regista con E. Provenzale, F. Solinas, S. Cecchi D’Amico ed incentrato sulle tragiche vicende della banda di Salvatore Giuliano, detto “Turiddu”: la banda, formatasi alla fine della guerra, fra il 1945 e il 1946 fu ingaggiata dall’EVIS, la formazione che lottava per l’indipendenza della Sicilia con azioni di guerriglia contro polizia e carabinieri, poi fu dedita ad azioni banditesche. Complessivamente la sua attività provocò un numero di vittime stimato in 430.

Il film ha un tono in parte documentaristico, girato “on location” e con attori in gran parte non professionisti, in parte da film inchiesta sulle tragiche e oscura, mai del tutto chiarite, vicende siciliane all’alba della Repubblica. Nella descrizione delle campagne e dei paesi siciliani il film ricorda “La terra trema” di Luchino Visconti, di cui Rosi fu assistente alla regia.

Il personaggio del bandito Giuliano (interpretato da Pietro Cammarata), sebbene dia il titolo alla pellicola vi compare solo di sfuggita, come una presenza immanente ma nascosta ed è centrale solo nella scena iniziale, quando nel luglio del 1950 fu trovato cadavere in un cortile di Castelvetrano. Già qui emergono le ambiguità, le reticenze, i depistaggi, le oscure manovre che caratterizzano tutti i momenti salienti di questa storia: nel tempo sono state date diverse versioni dell’uccisione del bandito, mai definitivamente chiarita, e la prima versione ufficiale del conflitto con i carabinieri fu subito smentita dall’evidenza dei fatti.

Una caratteristica distintiva del film è di non avere un proprio stabile tempo narrativo, ma di essere costruito come un’altalena fra tempo della narrazione e flashback che illustrano le premesse degli avvenimenti narrati, avvenuti fra il 1945 e il 1950, alternanza ripetuta ben cinque volte; il film termina poi con un flashforward, l’uccisione del mafioso Ignazio Miceli (interpretato da Bruno Uckmar), confidente della polizia e a conoscenza di molti segreti, avvenuta nel 1960.

L’impresa più tristemente famosa della banda Giuliano fu la strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1° maggio 1947, in cui lavoratori e contadini riunitisi per festeggiare furono massacrati con l’intento politico di colpire la sinistra, confermato dai successivi numerosi assalti alle sedi del partito comunista, ed i cui mandanti (si è ipotizzato un collegamento fra mafia, latifondisti, ambienti neofascisti e servizi segreti angloamericani) non sono mai stati riconosciuti ufficialmente. Nel film questa è una delle scene più riuscite, con sequenze di drammatica intensità rese con stile documentaristico, asciutto e scevro da compiacimenti.

Il processo di Viterbo (1950/52) per la strage di Portella della Ginestra, in cui il giudice è interpretato da Salvo Randone è uno dei momenti più significativi del film, durante il quale il luogotenente di Giuliano, Gaspare Pisciotta (interpretato da Frank Wolff) rivela inaspettatamente di essere stato l’uccisore del bandito e di essere stato in contatto con le forze di polizia e con i carabinieri e afferma di voler fare i nomi dei veri mandanti della strage: poco dopo, però, è ucciso col cianuro nel carcere dell’Ucciardone di Palermo in circostanze mai chiarite.

La regia di Rosi è molto curata, sempre attenta a rendere con realismo i luoghi e l’atmosfera dei fatti narrati e lo stile di ripresa va da campi lunghi e lunghissimi delle scene che descrivono le attività banditesche e di guerriglia, spesso con riprese dall’alto, ai primi piani delle scene del processo di Viterbo; particolarmente efficaci trovo le scene del ritrovamento del corpo di Giuliano, il funerale del bandito, dove la madre appare come una vera prefica, gli assalti della banda alle forze di polizia, la ribellione delle donne di Montelepre al rastrellamento degli uomini e l’avvelenamento di Pisciotta. Uno dei pregi del film è la splendida fotografia in bianconero di Gianni Di Venanzo, modulata secondo le circostanze dai bianchi accecanti con forti contrasti delle scene all’aperto nei paesi, ai grigi poco contrastati del processo. Apprezzabile e appropriata la colonna sonora di Piero Piccioni.

In conclusione, un grande film.

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