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Pom Poko

Regia di Isao Takahata vedi scheda film

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La recensione su Pom Poko

di Immorale
6 stelle

I Tanuki, sorta di cani-procione giapponesi, appartengono alla tradizione folkloristica e mitologica nipponica e vengono considerati animali magici e scherzosi, capaci di trasformismi e travestimenti incredibili ma  spontanei e ingenui come bambini.  In questo lungometraggio di animazione di Isao Takahata, si narrano le peripezie di questi cialtroneschi animaletti alle prese con la crescente cementificazione della città di Tokio, che rischia di distruggere il loro ambiente, la collina di Tama, per fare spazio ad una schiera di villette residenziali. La narrazione assume da subito, purtroppo, uno stile documentaristico e didascalico, con una onnipresente voce narrante le varie fasi della storia che, a volte, risulta fastidiosa e pedante, seppur efficace nel riassumere leggende, situazioni e richiami comprensibili solamente da un pubblico nipponico. Questo appare il maggior difetto di una storia a tratti affascinante e caratterizzata da un’animazione intensa ed originale; le sequenza delle trasformazioni dei simpatici animaletti, infatti, sono quelle più divertenti e visionarie, in un profluvio immaginifico di demoni, dragoni, animaletti e ectoplasmi vari a formare un caleidoscopio molto suggestivo. Divertente, oltre che filologicamente esatta, la rappresentazione fisica dei simpatici animaletti, rappresentati come grassottelli e dagli enormi  testicoli, quest’ultimi fonte di svariate leggende sul loro utilizzo in trasformazioni rocambolesche e sulla loro espandibilità fino ad otto “tatami” (prodezze ampiamente mostrate nel lavoro di Takahata). Il taglio,  moderno e ambientalista impresso alla narrazione, risente appieno dell’influenza programmatica del nipponico “Studio Ghibli” (del quale il regista è cofondatore con il grande Hayao Miyazaki) e di una visione pragmatica dell’incontro/scontro tra natura e uomo o tra tradizione e modernità,  facendo confrontare personaggi ”mitologici” con la greve e bieca cementificazione selvaggia, anche se giustificata da una endemica sovrappopolazione urbana. Istanze naturaliste comunque tenute al guinzaglio da una storia dal piglio agiografico e a volte anche drammatico, paradossalmente a tratti non adatta ad un pubblico di bambini, anche se declinata con grazia e senza enfasi. L’animazione tradizionalista e dai tratti morbidi riempie lo sguardo e  ingentilisce l’esposizione, creando dei “quadretti” giapponesi visivamente notevoli, anche se, va detto, al regista manca la soave poetica e leggerezza di Miyazaki. Un lavoro onesto, in definitiva, che risente della sua difficile collocazione nel mercato internazionale a causa dell’ermetismo culturale delle leggende raccontate e di una certa pesantezza di fondo, dovuta più che altro allo stile documentaristico e frammentario e ad una durata forse eccessiva.

Sulla trama

Magica.

Su Isao Takahata

Pratica.

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