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Cella 211

Regia di Daniel Monzón vedi scheda film

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La recensione su Cella 211

di amandagriss
6 stelle

Negli ultimi anni il cinema è tornato a raccontare della reclusione detentiva, dello spietato crudo e crudele inferno che ribolle all’interno delle alte mura di cinta dei penitenziari sparsi un po’ovunque sulla nostra terra di uomini fallaci. E lo ha fatto con tre opere di provenienza e respiro europei, Hunger (2008) del britannico Steve McQueen, Il profeta (2009) del francese Jacques Audiard e Cella 211 (2009) dello spagnolo Daniel Monzón: pellicole robuste, pervase da un’umanità pulsante, forse più viva dentro i luoghi chiusi, stretti e oscuri delle carceri che fuori, dove la libertà la si può costantemente toccare, accarezzare. Giocarci e perfino disprezzarla. Dove il suo sapore è di certo meno forte ed intenso rispetto a chi è costretto a gustarla da dietro una finestra sbarrata e aspettare di addormentarsi per poterla sognare e soltanto allora afferrare. Pellicole che, seppur trasversalmente, continuano a nobilitare il nutrito genere del ‘prison movie’  riconfermando quanto le storie carcerarie (compreso il recente divertissement muscolare Escape Plan) ben si prestino al racconto per immagini, rinnovandone tutte le volte quella forte fascinazione esercitata sullo spettatore. Qui si narra la drammatica vicenda di un giovane futuro secondino il quale, alla vigilia del suo primo giorno di lavoro, giunto nel (suo) carcere per meglio ambientarsi e “fare una buona impressione”, si ferisce accidentalmente alla testa a causa delle condizioni dissestate degli ambienti e, collocato momentaneamente in una cella libera -la 211- in attesa di cure mediche, si ritrova coinvolto, suo malgrado e senza la possibilità di venirne fuori così come è entrato, nell'improvvisa rivolta dei detenuti del braccio più violento dell’edificio. Unica carta da giocare nell’arduo, forse impossibile, tentativo di uscirne vivo è fingersi anch'egli un detenuto. E tuffarsi nella feroce mischia di facce corpi e motivazioni di chi non ha più nulla da perdere. Questo l'interessante avvio di una storia estrema, dove l'aderenza al reale fortemente ricercata è attinta non tanto dall'intreccio, poco credibile (troppe forzature, spessore psicologico sacrificato a favore del ritmo serrato), quanto dallo stile ruvido, grezzo, scarno, che unisce alle convenzionali riprese con mdp la naturale ‘instabilità’ della camera a mano, affinché restituisca il reale febbrile vissuto della galera e l'immediatezza repentina, precipitosa degli eventi. Il tutto efficacemente reso da una fotografia nitida e ‘neutra’, di un bianco a tratti accecante, volta ad esaltare lo squallore ed il degrado di siffatti luoghi coatti, che trapelando dalle ampie vetrate del penitenziario, si abbatte come una mannaia sulle espressioni deformate dalla sofferenza e dalla rabbia di chi lì dentro oramai vi abita e lì dentro vedrà finire i suoi giorni. Nella disperazione che, per quanto assordante, resta il più delle volte confinata -soffocata- entro quelle invalicabili mura maledette. A rendere il film un prodotto di buona fattura è altresì l’assoluta riluttanza a mitizzare ambienti e volti, a rendere il criminale di turno un eroe in cui identificarsi, per cui parteggiare (caratteristiche proprie del cinema yankee): qui è e resta un rifiuto della società, non tenta la fuga stavolta, ma da recluso lotta e pretende un trattamento più dignitoso, civile, umano. La messa in scena è di esplicita violenza e il tono è palesemente polemico, di denuncia, e non può non ricondurci (almeno nella tematica) ai classici polar d’oltralpe, in particolare ai lavori dello scrittore sceneggiatore e regista José Giovanni -classe 1923, che ha vissuto sulla sua pelle l’indelebile esperienza della galera e della ghigliottina annunciata- nei quali finì per mettere in crescente risalto le contraddizioni e assurdità del sistema penale francese “criticando ferocemente la cecità di chi legifera e l’ottusità di chi è chiamato ad applicare la legge” (vanno ricordate le pellicole Due contro la città, Ultimo domicilio conosciuto, Il figlio del gangster). Cella 211 scandaglia, così, le perverse intrinseche oscure dinamiche del sistema giudiziario/carcerario, marcescente microcosmo governato da proprie regole, leggi non scritte, subdoli compromessi in cui i cattivi non sono peggiori dei buoni, dove i detenuti risultano essere l'ago della bilancia di delicatissimi equilibri di potere e pedine sacrificabili in un gioco stratificato complesso e pericoloso, condotto da quelli che sono i veri 'lupi', così terribili e spietati che al confronto il pluripregiudicato ‘re delle celle’ leader indiscusso della rivolta, l’etico Malamadre, fa la figura di una monaca missionaria. Cella 211 è un’amara, per niente consolatoria parabola di lotta e sconfitta già scritta. É un racconto di ‘amicizia virile’. Di solidarietà tra disperati. In questo tragico contesto, Mutande, il ‘puro’ secondino (i nostri occhi nella terra straniera della galera) che conoscerà per vie traverse e nel più tragico dei modi quel corrotto sistema di cui avrebbe fatto parte appena il giorno successivo e che, invece, non giungerà mai, non è (più) negoziabile. È un “battitore libero” ormai. Un giustiziere-cane sciolto. E quale il suo destino, se non quello di spezzarsi piuttosto che piegarsi.
3 stellette e 1/2



 

 

 

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