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Crimes of the Future

Regia di David Cronenberg vedi scheda film

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Antonio_Montefalcone

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Crimes of the Future

di Antonio_Montefalcone
8 stelle

La futura condizione corporale e sociale del genere umano, immaginata e non decantata da Cronenberg, viene a riflettere sul nostro presente.

Il grande David Cronenberg torna al cinema, dopo otto anni dalla sua ultima pellicola, con una sceneggiatura scritta da lui ben vent’anni fa.

Il titolo di quest’ultima fatica è lo stesso del secondo lungometraggio della carriera del cineasta ma, a livello narrativo, non ha nulla a che vedere con esso, se non per alcuni aspetti e tematiche in comune.

 

Kristen Stewart, Léa Seydoux, Viggo Mortensen

Crimes of the Future (2022): Kristen Stewart, Léa Seydoux, Viggo Mortensen

 

Nel prossimo futuro un ente corporativo cerca di dare un’organizzazione ad una biologia che ha annullato il dolore ed estinto le infezioni.  In questo tempo il concetto di spettacolo inoltre regna in tutti gli aspetti della vita sociale. Ci sono nuovi performer, inquietanti figure che mutilano il proprio corpo. Il più celebre tra essi è Saul Tenser (Viggo Mortensen), un artista del corpo che offre spettacoli pubblici estremi: creazione ed estirpazione chirurgica di nuovi organi direttamente all’interno del proprio corpo, con la collaborazione delle sue partner Caprice (Lèa Seydoux) e Timlin (Kristen Stewart).

 

Saul Tenser è tormentato dalla sua stessa creazione e dalla ricerca di un senso che ordini le cose nel mondo. La trama infatti vive di relazioni corporali, siano essi fisici, siano essi intesi come corpo sociale. Una società che, dopo aver spinto all'eccesso l'esibizionismo, manifesta ora l'unica parte del corpo umano rimasta ancora nascosta e proibita, i suoi organi interni.

Queste creazioni artistiche organiche si fanno all’interno della carne umana al solo fine di essere esplorate, analizzate minuziosamente, sezionate o rimosse, senza concedere più speculazioni liriche o concettuali che normalmente avrebbero dovuto suscitare. Il corpo di Saul Tenser è un corpo in rivolta, e vi si condivide la rottura provvisoria, il rischio e una responsabilità personale.

Come tutti i personaggi cronenberghiani, il protagonista resta sospeso nel proprio statuto identitario mobile, tra mutazione e ricerca dell’integrità (anche organica).

In questa atroce sospensione si esplica il suo tormento, la scissione della sua interiorità, tra la struttura naturale che gli è stata data e la forma che va progressivamente assumendo. Saul nel condividere una parte di sé rinuncia all’integrità della sua sostanza (e, nello stesso tempo, vuole recuperarla), in un processo di apertura dell’altro da sé. Saul si spinge programmaticamente oltre ogni limite; perlustrando luoghi nascosti profondi, interni (e intimi) di sé; e, come il Max Renn di “Videodrome” rinuncia alla “carne” per una nuova frontiera di presunta consapevolezza. Il corpo umano di un individuo diventa così oggetto e soggetto artistico, riformula il concetto di bellezza (il piacere nell’/dell’orrore; i macchinari che agiscono direttamente sostituendo le funzioni corporee), approfondisce le dinamiche di autolesionismo (adattati a un ambiente sempre più artificiale e sintetico, gli uomini sono diventati insensibili agli stimoli, compresi quelli dolorosi) o di quelle legate al godimento sessuale. In quest’opera infatti la «chirurgia è il nuovo sesso», proprio come in “Videodrome” la carne tecnicizzata di un corpo privo di organi era la “nuova carne” e lo schermo televisivo la protesi del sistema nervoso, una sorta di “retina dell’occhio della mente”.

Chirurgia e tecnologia dunque sempre più integrati nell’/all’evoluzione della specie umana. Grazie a questi ultimi, il film ci presenta anche una seconda comunità di irregolari: tecno-morfi evoluzionisti che hanno mutato tecnologicamente il loro apparato digestivo e sono capaci di assimilare ora anche plastica e altri sintetici.

Questa evoluzione porterà al primo bambino capace naturalmente di mangiare e digerire la plastica e dunque al “primo essere umano mutante”.

Tutto questo processo insinuerà un dubbio comportamentale nelle riflessioni e tormenti del protagonista: bisogna saper accettare la mutazione, qualsiasi essa sia (anche se questo comportasse la fine della nostra specie e/o la nascita di una nuova), o piuttosto continuare la “conservazione” organica?

Bisogna far sviluppare e moltiplicare i nuovi organi dentro il proprio corpo, piuttosto che estirparli, mostrarli e archiviarli in un registro apposito? In sostanza: resistere o adeguarsi al cambiamento?

In tal senso sarà allora possibile (e forse inevitabile) accettare il rischio della modifica ai fini evolutivi (potenzialmente letale o meno) che le nuove creazioni comporteranno, lasciando che questa proliferazione di nuovi organi arrivi naturalmente in un modo parossistico e paradossale a dissolvere tutte le forme stabili dell’organismo, o, al contrario, in un modo più appropriato e adatto nelle loro funzionalità, a salvar e far evolvere l’uomo in un essere mutato/nte (e non necessariamente migliore del precedente).

Il problema rimane solo da capire se il genere umano saprà convogliare le forme di questa possibilità di mutazione in una coesa visione atta a regolamentarla nelle modalità di uso etico e politico/culturale.

Quale sarà la prossima tappa dell’evoluzione umana?

 

Kristen Stewart

Crimes of the Future (2022): Kristen Stewart

 

Tra autopsie, operazioni chirurgiche ed amplessi non tradizionali, questa pellicola è una significativa summa della percorso artistico del regista, e riesce a parlare del nostro presente ipotizzando un futuro da brividi, raggelante e spiazzante, nel quale la popolazione viene messa sotto controllo da una sorta di governo nel mondo; la dimensione carnale e quella tecnologica sono ormai fusi definitivamente; e dove tutto è desolante, spoglio, freddo, emotivamente vuoto (in tal senso sono mirabili sia l’elegante e funzionale fotografia che esalta i toni del grigio e del marrone, sia le accurate ed evocative scenografie che ridisegnano una Grecia/Atene, luogo inospitale del post-umano).

L'estetica dei primi film del regista canadese si fonde qui con gli elementi filosofici e psicanalitici delle sue ultime opere, per completarle, autocitandosi (“Crash”, “eXistenZ”) e aggiornando questa poetica al nostro tempo presente.

Le immagini sono disturbanti, ma l’orrore è più a livello concettuale/tematico. E’ qui che inquieta maggiormente.  Questo suo fascino è dettato anche dal raffinato ed efficace apporto tecnico-formale: vedi stile di regia e ritmo coinvolgenti, gli effetti speciali visivi artigianali, le interpretazioni del cast, la colonna sonora di  Howard Shore.  La sceneggiatura, stratificata e complessa, è molto interessante e punta all’essenzialità, anche se però una serie di sotto-trame ed elementi narrativi è lasciata fin troppo abbozzata, o risultano incongrui e approssimativi, e avrebbero necessitato di maggior sviluppo e durata.

 

E’ un’opera viscerale, intensa, forse meno radicale nell’estetica cronenberghiana (e qualcuno dirà anche: sunto troppo didascalico e sterile dei suoi vecchi capolavori), ma oltre la superficie è ancora più matura e definitiva a livello concettuale.  E puro piacere sensoriale.

Il film – attraverso la descrizione di un mondo alla deriva, invivibile, folle e smarrito, il cui futuro sembra una verosimile prosecuzione del nostro presente – lancia l’allarme su un critico cambiamento fisiologico a cui la comunità globale sta andando incontro e che rimanda ad un’autenticità perduta, sempre più irrecuperabile.  Suona grottesco nella pellicola, ma anche beffardamente significativo, che il colpevole uomo sia costretto a nutrirsi di quella stessa plastica di cui egli ha soffocato inquinando il proprio pianeta.  Il ciclo si è invertito, e colui che ha modificato in peggio le sorti del proprio habitat è adesso “punito” a sua volta da quest’ultimo, diventando un essere mutato che non riconosce più se stesso.  

E’ in sostanza, il mondo e il modo di vivere la nostra attuale realtà a essere sotto accusa, o perlomeno invitate a essere rimesse in discussione, perché quando ogni cosa della nostra realtà viene esasperata e intossicata fino all’estremo, l’unica soluzione al totale svuotamento interiore, è tornare al senso e all’autenticità perdute di ciò che caratterizza la natura delle cose nelle sue forme primigenie e genuine…      

Cronenberg ci offre dunque uno sguardo sul mondo nel quale viviamo. Ci parla di ciò che siamo diventati e potremmo (non) diventare; della (con)fusione tra organico e inorganico – fasi provvisorie di un corpo fluido che muterà sempre – e, soprattutto, di come in definitiva la bellezza e l’orrore, l’umano e il mostruoso, il soggetto e l’oggetto stesso della nostra identità siano in fondo la medesima, perturbante cosa…

 

Crimes of the Future (2022): Trailer ufficiale italiano

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