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La terra trema

Regia di Luchino Visconti vedi scheda film

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La recensione su La terra trema

di Antisistema
10 stelle

Cronologicamente tra Ossessione” (1943) e “La Terra Trema” (1948), passano “soli” cinque anni, ma in realtà è come se fosse trascorso un mondo di mezzo, dati gli sconvolgimenti avvenuti nel nostro paese.
Luchino Visconti con il suo esordio filmico, fondò una nuova estetica, indicando al contempo una nuova possibile via per il cinema, che venne colta prima di tutti da Roberto Rossellini e Vittorio De Sica, che diedero impulso e forza decisiva, alla corrente del Neorealismo.
Nel frattempo, la lotta nella resistenza, lo stabilirsi definitivamente a Roma e l’adesione alle idee marxiste, culminano con la decisione di iscriversi al partito comunista, giungendo ad una maturazione delle coordinate ideologiche del regista. Visconti, tramite dei fondi ricevuti dal PCI, ricevette l’incarico di andare in Sicilia, per mostrare a livello nazionale le condizioni dell’isola, in modo da portarle sfruttare per l’imminente campagna elettorale alle politiche del 1948.
Esplorando in lungo ed in largo l’isola, finì con l’abbandonare ben presto l’idea di un documentario di propaganda, per cercare di concretizzare un suo progetto personale da tempo coltivato; una trasposizione del romanzo i “Malavoglia” di Giovanni Verga, idea concepita sin da quando lavorava come critico per la rivista “Cinema”.
Il budget non è elevato (alla fine dovrà coprire parte dei costi personalmente), ma l’intuizione di usare gli abitanti di Aci Trezza (provincia di Catania), come protagonisti del film, cosa che consentirebbe di abbattere le spese, oltre a concretizzare il verismo di Verga, in nella contemporaneità, sfruttando i canoni stilistici del “neorealismo”.
La didascalia di apertura, enuncia le modalità di messa in scena: scenografie e ambientazione non sono ricostruiti in studio, ma tutto viene girato in esterni, nei veri luoghi descritti da Verga, con attori non professionisti, scelti tutti da persone del luogo, famiglie di pescatori da generazioni ed infine, la lingua adoperata, non l’italiano, che in Sicilia non è la lingua dei poveri, ma il dialetto siciliano, con una parlata stretta molto forte.
“La Terra Trema:  episodio del mare” (1948) – sottotitolo, che preannunciava l’inizio di una “trilogia della miseria”, mai proseguita, causa fallimento commerciale del film -, fonde al proprio interno una serie di suggestioni viscontiane, che ne riflettono l’eterogeneità della formazione culturale; l’inquadratura iniziale sulle barche dei pescatori che rientrano in porto, dopo una faticosa notte di lavoro, unisce l’intento documentarista della vicenda, legandolo ad uno sguardo fortemente poetico e pittorico nella composizione dell’inquadratura, dove una notte morente, ma con un sole ancora al di là dal sorgere, restituisce l’immagine di un “mare amaro”, dove la pescosità delle sue acque, non eleva in alcun modo dalla miseria della vita.
Ci si ritrova innanzi ad un film di contrasti, dove vi sono intenti confliggenti tra loro : la rappresentazione dell’estrema povertà dei pescatori sfruttati dai grossisti del pesce, visti però attraverso lo sguardo poetico dato dalla suggestiva fotografia di Aldo Graziati, la durezza e l’asprezza dei luoghi, filtrati da una costruzione estetica “artificiosa”, gli intenti documentaristico-cronachisti, che mano a mano sfumano nella finzione melodrammatica, così come la presenza della discussa voce narrante – ad opera dello stesso Visconti in collaborazione con Antonio Pietrangeli -, che talvolta accompagna immagini, le quali avrebbero la capacità di poter parlare da sole.


Sulle incoerenze in merito alla "rappresentazione" della vicenda, la critica dell’epoca e poi successiva, ha dibattuto ampiamente, ma sono disarmonie tali solo in apparenza, perché la realtà necessità dell’occhio di un’artista, per essere inquadrata, non capire quindi la figura del regista, non può che portare a tale incomprensioni.
Lo stesso Visconti nell’adattare i “Malavoglia”, si pone nei confronti di Verga in un rapporto di tradimento-fedeltà. La voce narrante si pone in netto contrasto con l’impersonalità verghiana, secondo la cui concezione, l’autore si nasconde tra i personaggi, senza mai emergere in quanto tale.
Però l’espediente del commento, seppur pregno di ideologia, viene usato da Visconti, come suo personale manifesto cinematografico, su un cinema con e per il popolo, venendo usato non con intenti da “paternalismo-manzoniano”, ma per sancire il proprio solidale appoggio nei confronti dei poveri pescatori, chiamati a recitare loro stessi, alle prese con una vita quotidiana grama ed avara di soddisfazioni, quindi gli intenti documentaristici sono sempre ben presenti e la voce narrante risulta giustificata.
Visconti dall’altro lato recupera due elementi importanti della poetica verghiana; l’uso del dialetto nel parlato – con i risultati più estremi delle coeve pellicole neorealiste, tanto che qui non filtra nulla in forma "più consona", come invece in parte fece Verga -, e la visione pessimista senza alcuna via d’uscita dello scrittore siciliano, rifiutando scientemente soluzioni positive dovute alla religione (Rossellini) o al potere dell’immaginazione (De Sica).
Il fatalismo di Giovanni Verga, che impediva ai personaggi di poter migliorare la propria condizione miserevole, viene da Visconti privato di ogni componente astratto-indecifrabile, declinandolo in chiave empirica di analisi socio-economico.
Le avversità della natura sono sempre presenti, elemento causale che può dettare la riuscita o la caduta delle attività dell’uomo, come avviene per il giovane ‘Ntoni e la famiglia Valastro, ma l’elemento irrazionale e non prevedibile, da Visconti viene sempre subordinato all’essere umano, che con spirito solidarietà, potrebbe benissimo ridurre a nulla tali sventure, ma secondo la logica di un perverso familismo amorale, ognuno è concentrato solo sul proprio benessere personale senza uno sguardo d’insieme, rendendo vana la lotta del protagonista contro lo status quo, anticipando in un certo senso le conclusioni a cui Visconti arriverà nel Gattopardo (1963).
Non c’è speranza di riscatto individuale e né collettivo, per dei personaggi sconfitti dalla natura, dalla società e dalla storia. Ci si ritrova innanzi a figure pervase da una disperazione, che gli piomba addosso improvvisamente, tramite dei carrelli, che in virtù della povertà di mezzi, acquisiscono ancora più importanza, quando utilizzati per avvicinarsi velocemente ai volti del nonno e Lucia, ognuno vittima del proprio “melodramma” personale, fatto di frustrazione, rassegnazione e rabbia.
Aci Trezza assurge quindi sia a casa “intra-generazionale”, sia a prigione senza sbarre, che imprigiona in un malessere psico-fisico, tutti i componenti della famiglia Valastro, tramite una catena trasfiguratasi in una pesante rete, che ogni mattina devono portare sulle spalle in fila indiana.
Soluzioni ottimiste vengono negate con fermezza, l’eterno ciclo di sfruttati e sfruttatori, rimane l’unica certezza nel ciclo della storia, portando così la critica democristiana, a rigettare il film in quanto scomodo nel ritratto dei pescatori e dei grossisti, mentre quella comunista lo respinse per mancanza di riscatto ideologico nella vicenda. 
Visconti amareggiato dallo scontento dei recensori e complice il flop ai botteghini – l’opera inizialmente uscì nei cinema senza sottotitoli, rendendosi di fatto incomprensibile ai non siciliani -, decise di abbandonare per sempre una settima arte, grama di soddisfazioni – per fortuna sua e nostra ritornerà sulla decisione -, dedicandosi alle regie teatrali.

Film aggiunto alla playlist dei capolavori: //www.filmtv.it/playlist/703149/capolavori-di-una-vita-al-cinema-tracce-per-una-cineteca-for/#rfr:user-96297

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