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Il vento

Regia di Victor Sjöström vedi scheda film

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La recensione su Il vento

di Antisistema
10 stelle

Se i fratelli Lumiere sono gli Adamo del cinema, sicuramente Lillian Gish è la Eva della settima arte, a cui noi amanti delle immagini in movimento dobbiamo infinita reverenza.
L’attrice, sotto contratto con lo studio MGM, era interessata ad un adattamento filmico del romanzo di Dorothy Scarbourogh, scegliendo tra l’altro il co-protagonista Lars Hanson e il regista Victor Sjostrom, con i quali aveva già lavorato nel film la Lettera Scarlatta (1926).
Il cineasta svedese, a seguito del successo del Carretto Fantasma (1921), ricevette offerte dagli studi di Hollywood, abbandonando temporaneamente la carriera attoriale, per quella di regista, barcamenandosi tra opere più sentite ed altre seguendo una logica prettamente commerciale.
Il Vento (1928), appartiene al primo filone, con cui si ritorna ai fasti delle pellicole girate in Svezia, innestando in una basica storia melodrammatica, della giovane Letty (Lillian Gish) trasferitasi dalla Virginia nella valle del deserto del Sud presso suo cugino Beverly, elementi propri del naturalismo poetico scandinavo, tramite l’elemento atmosferico del vento.
“Panta rhei - tutto scorre”, celebre aforisma del filosofo pre-socratico Eraclito, con cui teorizzava l’impossibilità da parte dell’essere umano di vivere due volte la medesima esperienza, essendo il tutto in continuo mutamento; il vento assume connotati simbolici, svincolati dalla sua mera natura fenomenologica, nel suo incessante dinamismo.
Sjostrom aderisce i canoni passionali del melodramma, al corpo di Lillian Gish ed all’elemento vento, sempre incessantemente presente nella sua forza, divenendo una trasfigurazione dello stato d’animo interiore insoddisfatto della donna.
Il passaggio dalla città alla terra desertica di frontiera, non è cosa da poco per Letty, che ha dovuto abbandonare la sua terra natia per ristrettezze economiche, portandosi con se un carico d’incertezze, destinate a non cessare mai, causa ostilità della moglie di suo cugino che la tratta con ostilità, nonché il corteggiamento insistente di vari uomini che si rivelano meschine delusioni oppure privi di interesse.
Alla fine opterà per uno di questi ultimi; Lige (Lars Hanson), domatore di cavalli, un brav’uomo, ma verso il quale non prova nessun sentimento amoroso, provocando di conseguenza il tracollo immediato del matrimonio a causa di una vita familiare squallida ed inappagante.
La casa disordinata, la sporcizia del neo-sposo e soprattutto la polvere accumulatasi ovunque, ne corrode sempre più il fragile equilibrio mentale, a cui si deve aggiungere il rumore sferzante quanto incessante del vento, che assume nella sua forma più estrema, le fattezze di un cavallo selvaggio imbizzarrito.


Gli elementi prettamente descrittivi della vita coniugale, sono molto più ridotti rispetto alle opere precedenti, concretizzandosi per lo più nelle inquadrature dei due coniugi nell’atto di camminare avanti ed indietro in opposte stanze, mentre tergiversano nervosamente su come agire, mentre resta immutato l’uso marcato delle  sovrapposizioni in trasparenza delle immagini, la maggior cifra stilistica di Sjostrom, a cui aveva già fatto ricorso nel Carretto Fantasma, grazie all’ausilio di effetti visivi all’avanguardia per l’epoca.
In tale film il cineasta si avvale della macchina produttiva di Hollywood e dei mezzi monetari, creando un’eterna distruzione-creatrice tramite l’elemento vento, realizzato grazie all’ausilio di ben otto motori di aeroplano, costruendo turbini vorticosi, in composizioni intangibili, che si infrangono contro i vetri delle finestre.
Stato d’animo burrascoso, senza pace, un’esternalizzazione di un’inquietudine mai statica. Si scava a fondo nelle psicologie dei personaggi, prima ancora che nella loro coscienza, inscenando un esistenzialismo di stampo prettamente anti-naturalista, nella messa in scena e nella recitazione dei protagonisti.
Tra costoro, spicca indubbiamente l’immensa Lillian Gish, capace di passare dalla “virginale” eroina da melodramma degli inizi ad una donna frustrata dalla vita, vittima di angosce interiori mai mitigate neanche dallo scioglimento dei capelli, libratasi in una splendida chioma lunga, che ne amplifica la carica seducente senza mai sfociare in una carnalità scabrosa. Perché Gish è stata “la prima vergine” della storia del cinema, un’attrice capace nella sua “tangibilità”, di farsi ella stessa metafora, sulla scia del vento incessante, che ne fa svolazzare le vesti e cappello.
Le basta un intuitivo aggiustamento di sguardo, senza eccessivi vezzi recitativi, caricaturali espressioni o metodi attoriali particolari, per sprofondare appieno nella follia senza fine, ingenerata da un vento, che ha rotto oramai ogni argine protettivo. Il fenomeno atmosferico, si scatena in tutta la sua dirompenza distruttiva, trasfigurando nel proprio elemento, l’immondo stupro subito dalla donna da parte del vecchio spasimante, grazie all’elisione simbolica data tramite il montaggio.
Nelle lunghe inquadrature adoperate da Sjostrom, si sviscerano una molteplicità di significanti dalla complessa composizione delle immagini, che indugia sul paesaggio desertico continuamente mutato dall’azione del vento e dall’oggettistica casalinga continuamente ricoperta dalla polvere.
Una pellicola passata in sordina all’epoca e maltrattata dai critici americani. Di fatto mise fine alla carriera di Sjostrom ad Hollywood a causa pure del lieto fine imposto dalla produzione verso cui il regista e Gish furono contrari. Nonostante ciò, ci si ritrova innanzi ad un'opera molto all’avanguardia nell’uso del linguaggio, che ricorda in parte Stromboli Terra di Dio di Roberto Rossellini (1950) ed i film degli anni 60’ di Michelangelo Antonioni, con tanto di chiusura finale ripresa in pieno da Cameron per la scena più famosa del suo Titanic (1997).

 

 

Film aggiunto alla playlist dei capolavori : //www.filmtv.it/playlist/703149/capolavori-di-una-vita-al-cinema-tracce-per-una-cineteca-for/#rfr:user-96297

 

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