Per fortuna Robert Redford non ottenne la parte. Con la sua bellezza bionda e fulgida, difficilmente Benjamin Braddock sarebbe riuscito a suscitare l’empatia di ogni generazione di neolaureati (veri o metaforici) che si sia trovata davanti al film di Nichols nel corso dei decenni.

Dustin Hoffman
Dustin Hoffman

Poche opere hanno portato sul grande schermo l’essenza di un’epoca come Il laureato, grido di libertà puro e belluino che ha rotto il suono del silenzio e dato voce alla contestazione giovanile; eppure, figlio dei suoi tempi, il film non è invecchiato di un giorno. Sembra sempre girato l’altro ieri per chiunque si sia ritrovato a galleggiare in quella piscina di aspettative disattese che segna il passaggio all’età adulta. E non sarebbe lo stesso senza la fisicità nervosa e “ordinaria” di Dustin Hoffman, senza il suo spaesamento e la sua inadeguatezza; Mike Nichols lo volle prepotentemente, nonostante la produzione cercasse di imporgli Redford, decisamente più coerente con il milieu californiano wasp in cui si muove Braddock.

Dustin Hoffman
Dustin Hoffman

Più che muoversi, si trascina, affidato alla corrente della piscina e degli eventi, incapace di prendere in mano la propria vita: Nichols lo introduce così, immobile, trasportato dal tapis roulant dell’aeroporto. Non il primo né l’ultimo “passaggio” accettato da Benjamin, arroccato nella sua immobilità come se ogni possibile movimento lo spaventasse a morte. Bloccato, quasi paralizzato sul ciglio della sua vita adulta: alla laurea, l’obiettivo per cui i facoltosi genitori l’hanno cresciuto, c’è arrivato. E adesso? Ben non sa dove andare, perciò si lascia guidare come un burattino: Nichols trasforma il piccolo Hoffman in un pupazzo di rigida comicità.

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Il laureato

Appoggiato al suo acquario come se ne facesse parte, il ragazzo si trasforma in un complemento d’arredo, tramutato in palombaro decorativo e incagliato nell’angolo di una piscina/acquario da cui non è interessato a uscire. Il materassino su cui galleggia a pelo d’acqua non è diverso dal letto del Taft Hotel in cui scivola, inerte, notte dopo notte. Mrs. Robinson non è che una burattinaia: le bastano poche frasi sussurrate per muovere Benjamin, «resta seduto», «prendi una stanza», «non parlare di Elaine».

Dustin Hoffman, Katharine Ross
Dustin Hoffman, Katharine Ross

Elaine: solo lei può spezzare la comoda stasi in cui Ben è incastrato. Solo lei può rompere il silenzio fatto di parole inutili che gli adulti hanno intessuto intorno al laureato: la parola più importante che gli viene pronunciata è «plastica», e il vociare inutile dei genitori e amici è azzerato dalla maschera da sub. The Sound of Silence è l’ossimoro in cui vive Ben (in cui vive ogni individuo in quella zona grigia tra adolescenza e maturità): ha bisogno che qualcuno gli dica cosa fare, ma non sopporta quello che sente.

Quando tenta di instaurare una conversazione con Mrs. Robinson, i risultati sono talmente disastrosi che non gli resta che la resa: «Allora non parliamo affatto». Elaine è la prima con cui le parole assumono un senso, e significativamente ora è Ben che vuole proteggersi dal rumore, rinchiudersi nel suono di qualcosa di bello: al primo appuntamento si isolano nell’automobile, su i finestrini e la capote per tagliare fuori il resto. Non sentiamo cosa si dicono, ma sappiamo che quello è per Ben il punto di svolta.

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Il laureato

Niente più passaggi: Ben si muove, finalmente, e la seconda parte del film è segnata proprio dal suo spostamento frenetico, a Berkeley prima, poi a casa di nuovo e a Santa Barbara, sfrecciando sull’Alfa Romeo che doveva essere simbolo del suo trionfo sociale e diventa strumento di distruzione del sistema. Riconquistato il movimento, manca solo la voce, quell’urlo folle alla vetrata della chiesa. Tutti muovono la bocca in modo grottesco, ma non esce un suono: l’unica cosa che Elaine può fare è urlare, a sua volta, e riconquistarsi la libertà. Geniale la chiusa, amara come la vita, perché in fondo Ben e Elaine si ritrovano a farsi trasportare (dal bus) e intorno a loro è di nuovo silenzio. E adesso?

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Il laureato

Autore

Ilaria Feole

Ilaria Feole è nata nell’anno di Il grande freddo, Il ritorno dello Jedi e Monty Python – Il senso della vita e tutto quello che sa l’ha imparato da questi tre film. Scrive di cinema e televisione per Film Tv e Spietati.it. È autrice della monografia Wes Anderson - Genitori, figli e altri animali edita da Bietti Heterotopia.

Il film

locandina Il laureato

Il laureato

Drammatico - USA 1967 - durata 108’

Titolo originale: The Graduate

Regia: Mike Nichols

Con Anne Bancroft, Dustin Hoffman, Katharine Ross, William Daniels

in streaming: su Tim Vision Sky Go NowTV