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The Twentieth Century

Regia di Matthew Rankin vedi scheda film

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La recensione su The Twentieth Century

di spopola
8 stelle

Una piacevolissima sorpresa questa prima, fantasmagorica e molto divertente pellicola diretta da Matthew Rankin che con una forte dose di humour l'ha definita "la singolare avventura di un Casanova della masturbazione". Il suo maggior pregio? il fatto che fra tanto disincanto, c'è più di un eco di quello che accade veramente nel mondo del reale.

The Twentieth Centurymigliore opera prima al TIFF (Toronto International Film Festival) di qualche anno fa e vincitore del premio FIPRESCI nella sezione Forum della Berlinale 2020, è un film davvero molto interessante e questo per più di una ragione, a partire proprio dal nome del regista che lo ha realizzato (Matthew Rankin) ormai riconosciuto  come una delle personalità fra le più singolari e stimolanti della nuova cinematografia canadese che a noi però purtroppo rimane ancora in gran parte sconosciuta. .

The Twentieth Century è la pellicola (accattivante e surreale) con cui Rankin ha esordito nel lungometraggio ma già ben prima di questo exploit, il suo nome  godeva di una certa fama (e non solo in patria) per la qualità dei suoi “corti” sperimentali, innovativi e inusuali non soltanto nella forma scelta per la loro rappresentazione scenica, fra i quali spicca The Tesla World Light (2017) anch’esso premiato in Canada e poi passato con successo anche da Cannes nella sezione “Settimana della Critica”.

Se è dunque vero il detto che il buondì si vede dal mattino, io credo di poter affermare senza alcuna ombra di dubbio che il suo nome lascia davvero ben sperare per una luminosissima carriera, ammesso però (e non concesso) che gli venga accordato il credito che merita per continuare la sua personalissima, rivoluzionaria sperimentazione sul linguaggio e sull’esposizione visiva delle cose, entrambe  così  lontane dagli schemi più ortodossi ed abusati anche da molto cinema pseudo - avanguardista del presente.

 

Visto che qui in Italia il nome del regista è ancora poco conosciuto, per fare qualche esempio che permetterà sicuramente di rendere più chiaro il mio discorso, posso aggiungere che a me sembra che il suo cinema assolutamente non conforme, si muova in assoluta vicinanza all’estetica folle di quello realizzato da un cult ormai consolidato come iGuy Maddin[1] che è sicuramente il primo nome che  richiama alla memoria ma (azzardo?) con l’aggiunta di qualche spruzzatina di caustica irriverenza in più che potrebbe renderlo contiguo anche alle stravaganti produzioni (che però conosco più di nome che di fatto, cosa questa che potrebbe portarmi a scrivere qualche cavolata) di John Paizs.

Quello che è comunque  certo, è che guardando i suoi lavori si avvertono riflessi e suggestioni  ancor più variegate che lo pongono in prossimità anche di  pellicole indubbiamente un po’ più mainstream (non tanto per la verità) ma  altrettanto particolari perché ugualmente provocatorie  per la radicalità delle scelte fatte. Cito come esempio il nome di Todd Haynes riferendomi in  particolare a Velvet Godmine del 1998  in cui il regista, per la rappresentazione filmica  della  storia  del glam-rock (inteso come movimento anche culturale), ha messo in scena  le vicende (sia pure in parte miscelate 

per quanto riguarda lo stile di vita con quelle ’altrettanto carismatiche di  Oscar Wilde) di un ipotetico cantante immaginario (Brian Slade) per raccontarci invece,  in maniera un po’ velata ma facilmente intelligibile, quelle di un David Bowie che non aveva concesso i diritti nemmeno per la citazione del suo nome.

Haynes lo chiamo ancora in causa anche (e soprattutto) per il successivo e ancora più geniale  Io non sono qui del 2007 proprio per una analoga potenza narrativa e visionaria con cui il regista  è riuscito a tratteggiare in maniera del tutto inusuale,  la pseudo biografia di un gigante della contemporaneità come Bob Dylan.

Cito non a caso questi due titoli perché anche il film di Rankin è un’opera biografica che cangia in molte forme lo stile della rappresentazione attraverso l’utilizzo di linguaggi in apparenza persino incompatibili fra loro (e lo fa con  spericolata e navigata temerarietà).. Non ha avuto insomma alcuna paura ad “osare” persino dal punto di vista scenografico. Infatti dentro a un impianto che potremmo definire “classicheggiante”, fa poi largo uso di costruzioni e decorazioni grafiche di cartone dipinto che ricordano addirittura l’espressionismo, perfette per giustificare (e rendere plausibile) il passaggio a una modalità decisamente ibrida di rappresentazione (quella dell’’animazione) che rimanda ai lavori di Lotte Reiniger[2] e Karel Zeman[3]

 

Il film nel concreto, intende raccontare le spregiudicate, opportunistiche scalate non solo politiche, ma anche in qualche modo “sentimentali”, di un personaggio pubblico esistito veramente. Lo ha fatto con un  approccio decisamente antinaturalista che permette al regista di dare una forma ibridamente stimolante alla vita di tale William Lyon Mackenzie King[4] arrivato al successo e al potere nel suo paese con calcolata e disinvolta scaltrezza e qualche sotterfugio, nella prima metà del secolo passato e che riuscirà  più volte -  grazie al suo camaleontismo - a centrare il suo bersaglio:  quello di arrivare a ricoprire la carica di primo ministro del governo della nazione, tanto da essere considerato per questo - nella storia passata e presente del Canada  -

 una fra le più longeve e durature (ma anche discutibili) figure di chi ha vestito i panni di un importante ruolo come quello.

.

In una situazione che sembrerebbe abbastanza leggera dunque, lo sguardo del regista risulta invece  particolarmente velenoso (e fortemente accusatorio).

 Non fa infatti alcun o sconto a questo ambiguo personaggio della storia canadese e gira un film che all’apparenza potrebbe anche appartenere (almeno nelle impalcature generali) al classico cinema americano di una volta messo però in scena  come se fosse un sogno (o anche un incubo se vogliamo) dove tutto ciò che sembrerebbe appartenere alle parvenze del reale, viene invece  esagerato e trasformato  in una forma di irrealismo un po’ paradossale, esattamente come fa la nostra mente quando sembra addormentata ma invece vaga in un torpore solo apparente continuando comunque ad essere razionale e selettiva e quindi capace,  pur nella deformazione onirica della rappresentazione, di rielaborare con una buona dose di fantasia  particolari tutt’altro che secondari che da svegli non eravamo riusciti a mettere perfettamente a fuoco.  

Il film insomma con le sue invenzioni metalinguistiche spesso astratte e follemente surreali, gioca molto sottilmente sui dettagli della vita di questo politico parecchio chiacchierato e riesce così, nonostante tanto disincanto, a farci percepire chiaramente l’eco di quello che accade (o è accaduto) nel mondo del reale.

 

Matthew Rankin con una forte dose di humour che non gli manca mai, ha definito la sua funambolica pellicola, “la singolare avventura di un Casanova della masturbazione” (e ci vuole del coraggio a fare una simile delirante affermazione) aggiungendo però poi che ha deciso di fare questo film perché era rimasto affascinato dalla lettura del diario privato di questo politico di lungo corso “sostanzialmente autocelebrativo ma che comunque fra tanto disincanto aveva anche il pregio di far percepire molto di quello che era accaduto nella realtà politica e sociale del Paese”.ammettendo anche che in parte ci si riconosceva dentro e che il lavorarci sopra gli avrebbe forse  consentito  di capire meglio le motivazione di questa sua contraddizione in termini.

 

Sotto la guida attenta del regista, anche la fotografia, supportata dal Super 8 e dalla pellicola 16mm, diventa un elemento importante, addirittura fondamentale per la riuscita del progetto. Così, in alcuni significativi tratti diventa sporca, sgranata, capace di deformare i corpi fino a renderli grotteschi e sgraziati, un procedimento questo che contribuisce ad aumentare l’alone di mistero e falsità che avvolge tutta la pellicola.

La finalità è dunque quella  di voler mettere in scena la coscienza sporca del Canada attraverso il racconto della la storia di questo suo viscido protagonista pieno solo vanità e di voglia d potere  e del suo popolo ossequiente composto da gente in apparenza positiva e moderata brava soltanto a camuffarsi per  nascondere i propri vizi, le proprie meschinerie- che non sono certo diverse da quelle praticate dai  chi è stato votato e portato al potere più volte - rendendosi così complice in contumacia delle sue malefatte.

Per raggiungere il suo scopo, al regista, grazie al suo linguaggio irrispettoso  basta grattare un po’ di più la scorza della superficie per smascherare l’ipocrisia di chi parla continuamente di una presunta (e un po’fasulla) identità nazionale (che di fatto non esiste) e che non è certo un  problema soltanto canadese perche  riguarda più o meno tutte le cosiddette democrazie (soprattutto quelle occidentali)

.

Tornando al Canada,il film mette in evidenza gli atteggiamenti fanatici e colonialisti che hanno gettato le basi del paese ed  proprio su questo insanabile problema che il regista ha messo in scena qualcosa che assomiglia a un incubo attraverso ill quale prova a smascherare una società malata piena di arrampicatori sociali onanisti e fanatici  che popola un mondo ormai senza speranza di futuro.

 

[1] Un esempio? La canzone più triste del mondo (//www.filmtv.it/film/33575/la-canzone-piu-triste-del-mondo/recensioni/389983/#rfr:none)

 

[2] Charlotte "Lotte" Reiniger (Berlino2 giugno 1899 – 19 giugno 1981) è stata una regista che fin da bambina aveva mostrato grande abilità nel ritagliare silhouette di carta e che, una volta diventata adulta,  fece di questa grande passione la sua professione artistica lavorando nel settore del cinema di animazione. Il suo primo lungometraggio (L'ornamento del cuore innamorato) fu distribuito in sala nel 1919 e riscosse subito un grandissimo successo ma il suo capolavoro è considerato Achmed, il principe fantastico che riprende le ambientazioni de Le mille e una notterealizzato con la collaborazione di Carl Koch,  Walter TuerckAlexander Kardan e Walter Ruttmann in ben tre anni di lavoro (fra il 1923 e il 1926). Un film muto girato in bianco e nero (ma con viraggi colorati a mano utilizzati per dare rilievo alle emozioni dei personaggi e per suggerire l'alternanza giorno/notte) che è composto da 300mila singole inquadrature in cui i personaggi sono costruiti con tasselli (che vanno dai 25 ai 50 pezzi) realizzati in piombo e cartone tenuti insieme da sottili fili di metallo così da poterli rendere mobili e permettere loro alcuni movimenti.

[3] Karel Zeman (Ostrom??3 novembre 1910 – Gottwaldov5 aprile 1989) è stato un registacecoslovacco giustamente considerato uno degli eredi di Georges Mélies. Profondo conoscitore delle varie tecniche che regolano l’animazione, ha apportato in questo campo importanti innovazioni e in  particolare quella di aver sviluppatoun ingegnoso modo di fondere insieme disegno animato a passo uno e riprese dal vivo, il tutto realizzato con uno stile molto personale. Numerose sono le sue opere che sono originali  adattamenti i dei romanzi di Jules Verne, fra i qualicui il suo titolo più famoso molto conosciuto ed apprezzato anche qui in Italia, è (La diabolica invenzione girato neldel 1958) //www.filmtv.it/film/35842/la-diabolica-invenzione/recensioni/418602/#rfr:none

[4] William Lyon Mackenzie King fu il decimo Primo ministro del Canada dal 29 dicembre 1921 al 28 giugno 1926, poi dal 25 settembre 1926 al 6 agosto 1930 e poi , con un terzo mandato, dal 23 ottobre 1935 al 15 novembre 1948.

Nato a Berlin, Ontario il 17 dicembre 1874 da John King e Isabel Grace Mackenzie . La sua carriera parlamentare iniziò prestissimo (nel 1908 quando aveva solo 34 anni) nelle file del partito liberal-nazionale del quale diventò presidente già nel 1919 (e come tale, anche capo dell’opposizione). In costante e crescente ascesa vinte le elezioni, comee si è già visto sopra. già nel 1921 rivestì l’incarico di Primo ministro del Governo  dove ci rimase - dopo una piccola interruzione di pochi mesi -, fino al 1930, quando fu sconfitto alle elezioni. Fu nuovamente rieletto nel 1935 e ritornò al Governo (ancora come Primo ministro) dove rimase fino al 1948, quando fu costretto a ritirarsi per motivi di salute. Morì a Chelsea il 22 luglio del 1950.

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